La guerra in Medio Oriente ridisegna la mappa dell’energia mondiale. Dalla Cina all’India, fino all’Ue: è caccia al petrolio
Dalla Cina alla Russia, dall’India al Pakistan fino alla Moldavia. In sostanza non c’è Paese al mondo, con l’esclusione (forse) di quelli del continente americano, che non sia toccato dal punto di vista energetico dal conflitto mediorientale. L’effetto a cascata della chiusura di Hormuz e dei colpi inferti dall’Iran alle capacità produttive e di esportazione di Qatar e Arabia Saudita sta portando infatti alla definizione di una nuova mappa mondiale dell’energia.
La Cina è sulla carta il Paese che ha più da perdere, considerando che il mercato cinese rappresenta l’approdo per oltre l’80% delle esportazioni iraniane di petrolio. Greggio di alta qualità e a basso prezzo. Per Pechino la chiusura del passaggio marittimo di fronte alle coste della Repubblica Islamica è un bel grattacapo, visto che da esso passa il 30% circa delle importazioni totali di idrocarburi della Cina. Su cui ha un peso rilevante anche il Qatar. La Repubblica Popolare può fare affidamento su scorte petrolifere accantonate nel corso del tempo che dovrebbero garantire di coprire circa 140 giorni di consumo quotidiano in caso di interruzione completa delle importazioni. Ma questo non è bastato a impedire la richiesta a Teheran affinché garantisca il passaggio sicuro perlomeno delle forniture dirette verso il gigante asiatico.
La sfortuna di un Paese è spesso la fortuna di un altro e la Russia in questo senso potrebbe avere da festeggiare. Il presidente cinese Xi Jinping potrebbe infatti rivolgersi all’omologo russo Vladimir Putin per correre ai ripari, importando una quota maggiore di idrocarburi provenienti da Mosca rispetto a quella abituale. Il Cremlino ha dichiarato che la domanda di petrolio e gas naturale russi è aumentata significativamente negli ultimi giorni, un fattore che rimette Mosca al centro dello scenario energetico mondiale.
A ottenere un’apertura dagli Stati Uniti in tal senso è stata l’India: Nuova Delhi ha ricevuto da Washington una deroga di 30 giorni grazie alla quale il Paese potrà acquistare il petrolio russo attualmente bloccato in mare. Una boccata d’ossigeno per il gigante guidato dal primo ministro Narendra Modi, considerato che, a differenza della Cina, l’India ha scorte in grado di coprire solamente circa 25 giorni di consumo.
Più o meno la stessa copertura che ha il Pakistan, Paese che in questi giorni si trova impegnato in un confronto militare sempre più serrato con l’Afghanistan. Islamabad avrebbe chiesto all’Arabia Saudita di utilizzare il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, aggirando così il problema del transito attraverso Hormuz. Riad sta procedendo ad aumentare i milioni di barili gestiti dal suo hub della costa occidentale, ma con un paio di problemi: i giacimenti sono principalmente nella parte orientale della penisola arabica, i tanker che vengono caricati a Yanbu devono passare comunque attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, possibile oggetto di attacchi da parte degli Houthi presenti nello Yemen che affaccia sul passaggio marittimo.
L’annuncio del Qatar secondo il quale nelle prossime settimane i paesi del Golfo potrebbero essere costretti a bloccare del tutto le proprie esportazioni energetiche ha fatto impennare i prezzi del petrolio. E correre un brivido lungo la schiena dei Paesi europei. L’Unione europea è infatti uno dei grandi importatori di gas naturale liquefatto (GNL) dal Qatar. Attualmente le riserve continentali di gas naturali sono pari a circa il 27% del totale, ma potrebbero calare in assenza di forniture.
I primi concreti segnali di scricchiolio stanno arrivando da fuori Ue ma comunque dal continente europeo: la regione separatista moldava della Transnistria potrebbe rimanere senza gas. Fino al 2024 riceveva forniture gratuite dalla Russia grazie alle quali produceva elettricità che passava anche alla Moldavia. Poi è arrivato il blocco dell’Ucraina al passaggio del gas russo sul proprio territorio in direzione Transnistria e da quel momento quest’ultima si è rifornita sul mercato europeo. Un canale che, dopo essersi ridotto, potrebbe ora chiudersi del tutto per il timore di Bruxelles di rimanere a secco. La strada da Tiraspol a Pechino è lunga ma la guerra in Medio Oriente la sta decisamente accorciando in termini di effetti collaterali.