Michele Bitossi torna con un disco di necessità. La copertina di ‘Tutte difese’ è già un manifesto
Alle otto del mattino, Michele Bitossi entra in classe con la stessa faccia di chi sa che la giornata sarà lunga e non per questo meno necessaria. Davanti ha una ventina di diciassettenni in deficit cronico di sonno, cresciuti a notifiche e scrolling notturno. Lui apre il registro, prende fiato e comincia dalla guerra dei Cent’anni. Non perché sia un nostalgico della polvere degli archivi, ma perché in quella storia di assedi, tregue e tradimenti c’è un modo per parlare anche del presente.
Uscito da scuola, poche ore dopo, lo stesso uomo prende una chitarra e canta di difese emotive, anestesia collettiva e uomini che per non sentire più niente si mettono tra sé e il dolore “mille cose”. È da questa frizione quotidiana che nasce Tutte difese, il nuovo disco di Bitossi, un album che arriva da quell’intercapedine minuscola tra la vita reale e il tentativo di raccontarla. Non c’è niente di romantico, se non il fatto che a un certo punto qualcuno decide di non mentire più.
Bitossi non è un debuttante e neppure un reduce nostalgico. È uno che ha fatto il giro largo: band (Numero 6), pseudonimi (Mezzala), scrittura per altri (anche per Francesco Gabbani), un romanzo, un podcast, una stagione in cui la bussola sembrava impazzita. Nel frattempo è diventato professore di Italiano e Storia in un istituto tecnico. Non per ripiego, ma per una specie di vocazione differita, un desiderio rimasto in sospeso per vent’anni e ripreso quando la musica ha smesso di sembrare una corsa a ostacoli.

La copertina di Tutte difese è già un manifesto: un corpo che vola – oppure cade – con la testa in fiamme, giacca verde militare, braccia spalancate come un Cristo urbano precipitato tra palazzi grigi per un cortocircuito visivo travestito da minimalismo scandinavo. Il titolo funziona come un’accusa senza tribunale. Le difese sono quelle che alziamo ogni giorno per non vedere troppo bene quello che siamo diventati: ironia permanente, bulimia digitale, ambizioni mascherate da vocazione. Bitossi lo racconta senza giri di parole né iperboli: per anni ha inseguito l’idea di “arrivare”, magari appuntandosi una stellina simbolica – il palco di Festival di Sanremo – per dimostrare qualcosa ai figli, agli altri, a se stesso. Poi la bussola si è rotta. E quando si rompe la bussola non perdi la strada: perdi il Nord.
Il disco nasce esattamente lì, nel punto in cui smetti di fare musica per strategia e ricominci a farla per necessità: Sono non sono è identità liquida compressa in tre minuti, Quanto siamo soli osserva l’alienazione da smartphone senza il tono moralista di chi scopre l’acqua calda: la solitudine, suggerisce Bitossi, non è una condizione ma una postura. Poi c’è Partigiano, la parola più pericolosa del disco. Nel racconto di Bitossi non è un monumento storico bensì è una scelta interiore, quasi fisica: “il momento in cui smetti di stare nel mezzo”. Non c’è enfasi patriottica né nostalgia retorica ma l’idea, più scomoda, che la neutralità spesso assomigli a una resa educata. Bitossi la canta con la prudenza di chi insegna tutti i giorni che le parole hanno un peso specifico. In classe, racconta, fa spesso una domanda semplice: “Come stai?”. Può sembrare poco, ma per una generazione cresciuta dentro un flusso continuo di immagini e aspettative è quasi una rivoluzione semantica. Insegna lo Stilnovo e la Storia medievale, ma soprattutto prova a restituire un vocabolario emotivo a ragazzi che passano metà della vita online e l’altra metà a capire chi sono.
Questa doppia esistenza – docente e cantautore – non è un dettaglio biografico: è la chiave del disco. Bitossi conosce la tentazione dell’anestesia digitale perché ci è passato dentro. Sa quanto sia facile scambiare la visibilità per il senso. E poi c’è il calcio, che nel suo universo torna come una specie di religione laica. Non il calcio dei talk show urlati ma quello delle metafore morali: l’attimo del gol sospeso, il dubbio del Var, la sensazione che anche la gioia ormai debba essere convalidata da qualcuno. Tutte difese, composto da 12 brani, sembra avere l’ambizione di rallentare il rumore, ed è senza dubbio il disco della maturità in tutti i sensi: non è un caso se in filigrana si sente la lunga ombra di Fabrizio De André, soprattutto quando il racconto scivola verso la parabola morale. Ma Bitossi non gioca alla citazione colta, usa quella tradizione come un attrezzo, non certo come una reliquia. E se Tutte difese fosse un voto in pagella, sarebbe un sette pieno, scritto con la penna rossa e accanto una nota breve: “Michele ha smesso di nascondersi”.