Gli Usa stanno ‘vincendo’ davvero in Iran o stanno svuotando il loro arsenale?
di Giacomo Gabellini
Lo scorso 3 marzo, l’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom (il Comando combattente unificato delle forze armate degli Stati Uniti), ha presentato il rapporto sulle prime 72 ore dell’Operazione Epic Fury in Iran, spiegando che i raid statunitensi si sono concentrati sull’infrastruttura di comando e controllo dei Pasdaran, sui sistemi di difesa aerea, sui lanciatori di missili balistici, sui depositi di munizioni, su navi e sottomarini in dotazione alla marina militare, su siti missilistici antinave e su altri obiettivi disseminati in buona parte del territorio iraniano.
Il Centcom spiega che le oltre 1.700 sortite sono stare effettuate nei primi tre giorni hanno coinvolto una vasta gamma di apparecchiature militari statunitensi, quali bombardieri strategici B-1, B-2 e B-52, caccia F-35 e F-22, droni di vario tipo, gruppi di attacco delle portaerei. Il Centcom ha spiegato che le oltre 1.700 sortite sono stare effettuate nei primi tre giorni hanno coinvolto una vasta gamma di apparecchiature militari statunitensi, quali bombardieri strategici B-1, B-2 e B-52, caccia F-35 e F-22, droni di vario tipo, gruppi di attacco delle portaerei. La finalità consiste nel “degradare la capacità dell’Iran di coordinare le operazioni e proiettare la forza in tutti i domini”.
Stando alle rassicurazioni fornite dal segretario alla Guerra Pete Hegseth, secondo cui “gli Stati Uniti d’America stanno vincendo in modo deciso, devastante e implacabile”, l’obiettivo sarebbe a portata di mano.
Le dichiarazioni convergenti formulate dai senatori statunitensi Elizabeth Warren, Ed Markey e Richard Blumenthal a margine di un briefing a porte chiuse focalizzato sulla situazione in Iran suggeriscono tuttavia il contrario.
Per la Warren, “la situazione è molto peggiore di quanto si possa immaginare”, e “l’amministrazione Trump non ha alcun piano”. Ed Markey, dal canto suo, ha parlato apertamente di guerra illegale basata su menzogne, scatenata in assenza di qualsiasi exit strategy. Richard Blumenthal, solitamente vicino al repubblicano neocon Lindsey Graham in materia di politica estera, ha invece affermato di essere “più spaventato che mai” dalla concreta prospettiva che gli Stati Uniti procedano con un’invasione di terra dell’Iran. Lo stesso Pentagono starebbe valutando il trasferimento di sistemi di difesa aerea Thaad e Patriot dalla Corea del Sud al teatro mediorientale, dove le infrastrutture militari e a doppio uso statunitensi continuano, così come l’intero territorio israeliano, a subire pesanti ritorsioni iraniane.
Anche gli impianti di estrazione, raffinazione, stoccaggio e commercializzazione di petrolio e gas di tutto il Golfo Persico sono entrati stabilmente nel mirino di Teheran. Il New York Times ha pubblicato immagini satellitari che documentano in maniera inequivocabile la portata e l’impatto della ritorsione iraniana.
Dal quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein alla base di al-Udeid in Qatar, passando per Camp Arifjan in Kuwait e gli svariati siti impiantati in territorio israeliano, gli attacchi iraniani si sono concentrati soprattutto sulle infrastrutture di tracciamento missilistico (radar, parabole satellitari, ecc.) che coordinano i sistemi di difesa regionali, nell’ambito di un piano d’azione preparato meticolosamente e rivolto a “smontare” pezzo per pezzo il sistema di comando e controllo statunitense.
Per un verso, quindi, l’Iran ha lanciato verso Israele e i siti statunitensi ondate di droni e missili più datati con l’obiettivo di imporre alle controparti elevatissimi livelli di consumo dei preziosi e costosissimi intercettori. Per l’altro, l’alto comando iraniano ha centellinato provvisoriamente l’impiego dei vettori più moderni, limitandosi in un primo momento a orientarli sulle apparecchiature di rilevamento così da costringere gli Stati Uniti a operare “al buio”. Solo a quel punto, l’Iran farà ricorso ai sistemi d’arma più performanti, come si evince dalle dichiarazioni formulate dal portavoce del Ministero della Difesa di Teheran Reza Talaei-Nik secondo cui “abbiamo la capacità di resistere e di portare avanti operazioni sia difensive che offensive più a lungo di quanto [il nemico] abbia pianificato. Non intendiamo schierare tutte le nostre armi e attrezzature avanzate nei primi giorni di conflitto”.
Antony Blinken, segretario di Stato sotto l’amministrazione Biden, è approdato a conclusioni simili. Interpellato da Bloomberg, Blinken ha detto che “Trump potrebbe teoricamente dichiarare vittoria domani e affermare che il regime ha subito gravi danni, che le forze missilistiche, il programma nucleare e la marina sono stati gravemente colpiti, e poi interrompere le operazioni. Ma che senso avrebbe tutto questo? Gran parte delle infrastrutture e dei sistemi d’armi distrutti possono essere ripristinati. E senza cambiare il sistema di gestione del regime stesso, cosa che al momento non sembra accadere, si corre un rischio enorme”.
L’ex segretario di Stato ha quindi aggiunto che: “Gli iraniani ci hanno costretto a utilizzare già adesso molti intercettori per la difesa o addirittura missili offensivi per distruggere i loro lanciatori. Non conosco le cifre esatte, ma queste risorse non sono infinite. I tempi di produzione sono molto lunghi. E, naturalmente, in molti casi, utilizziamo sistemi d’arma molto costosi per abbattere droni del valore di 20.000 dollari. Si tratta è una pessima formula economica se la situazione si protrae a lungo”.
C’è poi un altro aspetto, fondamentale, a preoccupare Blinken: “Potremmo intaccare il nostro arsenale a tal punto che il suo ripristino richiederebbe molto tempo. E questo ci collocherebbe in una posizione di svantaggio rispetto, ad esempio, alla Cina o alla Russia”.