Fischi alle orecchie dopo concerti e tv troppo alta: i segnali di danno all’udito da non ignorare prima dei 35 anni tra acufeni, parole confuse e volume sempre più alto
Al ristorante fanno fatica a seguire una conversazione, soprattutto se c’è rumore di fondo. Dopo un concerto avvertono fischi o ronzii nelle orecchie che durano ore, a volte giorni. E a casa si sentono ripetere sempre più spesso di abbassare il volume della tv, dello smartphone o delle cuffie. Non hanno ancora 35 anni, eppure i segnali di una sofferenza uditiva sono già diffusi. In occasione della Giornata Mondiale dell’Udito (3 marzo), un’indagine condotta su 2.500 italiani tra i 18 e gli 85 anni rivela che l’ipoacusia non è affatto un problema che riguarda solo i “vecchi”. Per esempio, nella fascia 18-34 anni, il 75% dichiara di aver sperimentato acufeni (il 21% spesso, il 54% occasionalmente), mentre l’80% riferisce difficoltà a seguire una conversazione in ambienti rumorosi, come ristoranti o locali. Più della metà (56%) si è sentita dire di tenere il volume troppo alto, ma il 61% non ha mai effettuato un controllo dell’udito.
A incidere sono anche gli stili di vita: il 42% dei giovani utilizza auricolari o cuffie per più di un’ora al giorno, il 67% frequenta concerti o locali rumorosi e, tra questi, l’80% non usa mai protezioni acustiche, spesso per timore di “rovinare l’esperienza” o per imbarazzo. Tutti segnali che raccontano una scarsa cultura della prevenzione, nonostante l’ipoacusia non trattata sia oggi considerata uno dei principali fattori di rischio modificabili per il declino cognitivo e la demenza. Ne parliamo con il dottor Flavio Arnone, otorinolaringoiatra, che ha commentato i risultati della survey realizzata da Doctolib.
“Non sottovalutate quei primi segnali”
Dottor Arnone, tre giovani su quattro riferiscono acufeni, anche se spesso li definiscono “occasionali”. Quanto è sbagliato considerarli un fastidio passeggero e non un segnale di stress dell’orecchio?
“Dal punto di vista medico, è un errore considerarlo un semplice fastidio. Si tratta di un chiaro segnale di stress acuto delle cellule ciliate. Anche quando il fischio scompare, può persistere un danno ‘nascosto’ alle sinapsi del nervo acustico. Ripetute esposizioni portano inevitabilmente alla cronicizzazione e alla morte cellulare definitiva, anticamera di una sordità irreversibile”.
Molti under 35 dicono: “Sento, ma non capisco bene, soprattutto quando c’è rumore”. Lei spiega che all’inizio si perdono le frequenze acute: può chiarire cosa significa concretamente e perché il parlato diventa confuso anche se il volume sembra sufficiente?
È l’effetto clinico del danno alle frequenze acute (il cosiddetto ‘notch’ tra 3 e 6 kHz) tipico di un danno da rumore (le cellule ciliate che percepiscono quelle frequenze infatti sono le più vicine alla regione dell’orecchio medio e quindi le più esposte). Il paziente percepisce bene le tonalità medio basse, ma si perde le consonanti S, F, T, Z che danno senso alle parole. Nel rumore ambientale, i suoni bassi di fondo finiscono per mascherare ulteriormente queste deboli frequenze acute, rendendo il parlato confuso”.
Molti ragazzi negano il problema
Il 61% dei giovani non ha mai fatto un controllo dell’udito. È solo una questione di scarsa informazione o entrano in gioco meccanismi di negazione del problema?
“Il ritardo diagnostico nasce dalla natura insidiosa del danno, che favorisce la minimizzazione dei sintomi. Molti giovani non pensano di poter avere un problema di udito e quindi lo negano, anche senza rendersene conto. Frasi come ‘parlano male gli altri’ o ‘l’audio è basso’ sono meccanismi di difesa normali: servono a non ammettere che il problema potrebbe essere proprio il proprio udito. A questo si aggiunge che la perdita uditiva spesso è graduale, quindi non viene percepita subito come qualcosa di serio. Il risultato è che il controllo viene rimandato, anche se sarebbe semplice e utile farlo prima”.
Attenzione ai picchi sonori improvvisi
Auricolari, streaming continuo, call di lavoro in cuffia, concerti senza protezioni: se dovesse indicare il rischio principale oggi, qual è: il volume, il tempo di esposizione o i picchi sonori?
“Il danno all’udito dipende dalla dose sonora giornaliera complessiva: non conta solo quanto è alto il volume, ma per quanto tempo le nostre orecchie vi restano esposte. Tuttavia, il rischio più grande oggi è costituito dai picchi sonori improvvisi, tipici di concerti o cuffie, che causano un danno cellulare maggiore rispetto a un rumore costante. Le nostre orecchie hanno una quantità di energia limitata, che sopra gli 85-90 dB si esaurisce in pochi minuti. La regola d’oro è evitare l’esposizione simultanea a suoni troppo forti, troppo vicini e troppo lunghi: basta ridurre uno di questi fattori per proteggersi. Inoltre, non dimentichiamo la genetica: se si hanno in famiglia parenti con problemi udibili importanti fin da giovani, c’è bisogno di una doppia attenzione”.
Il pericolo del cervello in declino
Lei collega l’ipoacusia non trattata al declino cognitivo e alla demenza. Perché un udito che tende a ridursi mette in difficoltà anche il cervello?
“Quando l’udito cala, il segnale al cervello arriva incompleto, costringendolo a uno sforzo tremendo per provare a dare comunque un senso alle parole. Questo sottrae risorse cognitive preziose (attenzione, memoria) ad altre funzioni, causando un vero e proprio affaticamento cognitivo. Inoltre, la deprivazione sensoriale e il conseguente isolamento sociale accelerano l’atrofia cerebrale. Intervenire precocemente è l’unica strategia per preservare la lucidità mentale a lungo termine”.