Iran, il diritto alla difesa fino a un certo punto: non vale per i paesi attaccati da Israele
Dato che il ministro della difesa Crosetto, il ministro degli esteri Tajani, la presidente del parlamento Ue Metsola continuano a riferirsi agli “indiscriminati” attacchi missilistici dell’Iran su Turchia, Cipro, Azerbaijan, mi preme mettere in fila alcuni eventi.
1. Stati Uniti e Israele, in violazione del diritto internazionale, attaccano l’Iran. L’Iran è a questo punto autorizzato a difendersi. L’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce il “diritto naturale” di legittima difesa, individuale o collettiva, nel caso di attacco armato contro un membro Onu, fintanto che il Consiglio di Sicurezza non adotti misure necessarie per la pace. Rappresenta l’eccezione principale al divieto dell’uso della forza. L’Iran è fin dal 1945 un membro delle Nazioni Unite. L’attacco americano e israeliano che secondo Trump aveva lo scopo di evitare un attacco iraniano lo ha in realtà reso necessario e legittimo. Sempre che distruggere il diritto internazionale non fosse ritenuto da parte di Trump e Netanyahu, più che un danno collaterale, un beneficio collaterale: far fuori questo intralcio del diritto come si fanno fuori le Ong, i giornalisti, i bambini palestinesi, i migranti: chiunque si opponga o semplicemente costituisca un intralcio, con il suo mero stare al mondo, al disegno suprematista e colonialista di Usa e Israele. Un beneficio collaterale raggiunto grazie alla complicità dei membri del Board of peace e dei loro osservatori.
2. La guerra potrebbe allargarsi se venisse colpito un paese Nato o un paese Ue ma l’Iran dichiara di non avere intenzione di colpire altro che le basi degli americani e Israele che lo hanno attaccato, esercitando il suo diritto alla difesa.
3. Le difese aeree della Nato abbattono un missile iraniano diretto verso la Turchia. Il Segretario di Stato americano Rubio dichiara che questo attacco a un paese Nato è inaccettabile e promette il pieno sostegno degli Stati Uniti. Un funzionario turco rivela però alla France Presse che la Turchia “non era l’obiettivo del missile”: “Riteniamo che fosse diretto verso una base militare a Cipro, ma che abbia deviato dalla sua traiettoria”. La base aerea di Incirlik, nella Turchia meridionale, ospita le forze americane, ma la Turchia dichiara che non consentirà che il suo spazio aereo venga utilizzato per attacchi contro l’Iran.
4.La base militare inglese di Akrotiri a Cipro era già stata presa di mira lunedì da un drone. Il ministero della Difesa britannico afferma però che il drone non è stato lanciato dall’Iran. Riporta la Bbc: “Funzionari occidentali hanno affermato che il drone tipo Shahed non è stato lanciato dall’Iran. Tuttavia, non hanno voluto specificare la provenienza del missile”. L’opposizione incalza il premier inglese Starmer facendo suoi gli argomenti di Trump e Rubio: bisogna reagire all’attacco dell’Iran. Starmer ribadisce che l’Inghilterra non è stata attaccata e non è in guerra con l’Iran. Aggiunge di aver imparato la lezione con l’Iraq, quando fu Blair a trascinare il paese in guerra sulla base di prove false.
5. Droni iraniani colpiscono l’aeroporto di Nakhchivan in Azerbaigian. Baku convoca l’ambasciatore iraniano chiedendo chiarimenti e riservandosi misure di ritorsione. L’esercito iraniano nega di aver lanciato i droni e sostiene che l’episodio sarebbe un tentativo di Israele di incrinare i rapporti tra Paesi musulmani. L’Azerbaigian di Ilham Aliyev è però da decenni un alleato di ferro di Israele. Israele fornisce a Baku tecnologie militari mentre l’Azerbaigian garantisce a Tel Aviv forniture di petrolio.
7. Nel mentre che Crosetto, Tajani e Metsola condannano “gli attacchi indiscriminati” dell’Iran (il diritto alla difesa vale fino a un certo punto) continuano con la politica degli accordi e dei memorandum di intesa con Israele e dei 19 pacchetti di sanzioni alla Russia e zero pacchetti di sanzioni a Israele che invade e bombarda – oltre all’Iran, a Gaza – il Libano e la Siria meridionale. Di nuovo. Il ministro Smotrich promette di ridurre la zona sud di Beirut come Khan Yunis a Gaza: un cumulo di macerie. Un piano che piace anche all’opposizione di Netanyahu. Il leader dell’opposizione Lapid dichiara: “Non sarà piacevole radere al suolo qualche villaggio libanese ma se la sono cercata”.
Secondo l’Armed Conflict Location and Event Data, un ente indipendente di monitoraggio dei conflitti, nel 2025 Israele ha effettuato almeno 10.631 attacchi: un record mondiale. Nel corso dell’anno Israele ha attaccato sei paesi: Palestina, Iran, Libano, Qatar, Siria e Yemen. Ha inoltre effettuato attacchi nelle acque territoriali tunisine, maltesi e greche contro flottiglie di aiuti umanitari dirette a Gaza. L’Iran ne ha attaccati zero. Sulla base dei curricula, non sorgono molti dubbi su quale dei due paesi sia più propenso a lanciare “attacchi indiscriminati”.
Rispondere a queste osservazioni con le critiche al regime degli Ayatollah, paragonando chi difende il diritto internazionale a chi difende la polizia morale, è una conseguenza e un sintomo del tramonto della democrazia per come l’abbiamo costruita per noi e sognata tutti, a cominciare dalle donne iraniane incarcerate dagli Ayatollah. Quello delle bombe giuste è l’argomento prediletto di chi alla democrazia preferisce la monarchia dello Scià, il cui erede Reza Pahlavi spera di tornare al potere in Iran a cavallo delle bombe di Trump (“Più sono e meglio è!”, afferma Pahlavi convinto di parlare con un funzionario tedesco ma vittima in realtà dello scherzo telefonico di comici russi Vovan e Lexus). O la monarchia dei Savoia. Come il nostro ministro degli esteri, che negli Anni 80 fu militante e vicesegretario del Fronte Monarchico Giovanile dell’Unione Monarchica Italiana e dunque va scusato se non sa che i popoli non si liberano con le bombe ma con le rivoluzioni.