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Sánchez fedele alla linea sfida Usa e Ue. Dalle armi al Venezuela, tutti i ‘No’ prima dello scontro con Trump sulle basi per attaccare l’Iran

Il suo ultimo ¡No pasarán! non è l'unico: dalla questione ambientale ai migranti, Madrid gioca una partita politica fuori dagli schemi di Bruxelles con un nuovo approccio europeista e progressista in Ue
Sánchez fedele alla linea sfida Usa e Ue. Dalle armi al Venezuela, tutti i ‘No’ prima dello scontro con Trump sulle basi per attaccare l’Iran
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In un’Europa che rivendica la propria autonomia strategica, ma che finisce quasi sempre per inchinarsi al più potente alleato americano, indipendentemente da quale presidente si trovi alla Casa Bianca, una voce si leva sempre più distinta dal coro quasi unanime degli Stati membri. Lo ha fatto anche mercoledì, quando per bocca del capo del governo, Pedro Sánchez, ha risposto alle minacce del presidente Usa, Donald Trump, di interrompere ogni rapporto commerciale dopo il rifiuto di Madrid di offrire le proprie basi per sferrare l’attacco congiunto di Washington e Tel Aviv contro l’Iran. Così, mentre la Francia di Emmanuel Macron e la Germania di Friedrich Merz si affrettavano a dare il proprio supporto alla nuova guerra in Medio Oriente, il governo Meloni si nascondeva dietro a dichiarazioni vuote, rifiutandosi di prendere una posizione chiara, e i vertici delle istituzioni Ue invocavano la caduta del regime degli ayatollah, la Spagna decideva di staccarsi dal gruppo: “La posizione del governo spagnolo si riassume in quattro parole, ‘No a la guerra‘”, ha detto Sánchez. Il suo ultimo ¡No pasarán! non è però l’unico: dalla questione ambientale ai migranti, Madrid gioca una partita politica fuori dagli schemi di Bruxelles con un nuovo approccio europeista e progressista in Ue.

Tutti i ‘No’ di Sánchez: Gaza e il rispetto del diritto internazionale

Quello di Madrid “è il governo occidentale ed europeo che si è messo alla guida della condanna del genocidio di Israele“. Non aveva dubbi e teneva a precisarlo la ministra della Sanità, Monica García, già a maggio 2025. Dopo un anno e mezzo di raid continui e indiscriminati di Tel Aviv sui civili intrappolati nella Striscia, l’Unione europea non era riuscita, e mai riuscirà per l’opposizione di diversi Stati membri, tra cui anche l’Italia, non solo a prendere provvedimenti, ma ad approvare una dichiarazione congiunta di aperta condanna contro il genocidio a Gaza. Il fronte più vicino alla causa palestinese e, soprattutto, fedele al rispetto del diritto internazionale ha provato in diverse occasioni a prendere l’iniziativa. Il 28 maggio 2024, ad esempio, Spagna, Irlanda e Norvegia hanno riconosciuto lo Stato di Palestina. Poche settimane dopo, a metà luglio, il Consiglio Affari Esteri ha votato contro la proposta dell’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Kaja Kallas, di interrompere l’accordo di associazione con Israele, ma la Spagna è tra quei Paesi che hanno sostenuto la proposta della Commissione. Madrid, però, ha fatto di più: a settembre è Sánchez in persona ad annunciare dalla Moncloa la decisione di adottare misure contro Tel Aviv “di fronte al genocidio di Gaza”, tra cui lo stop alla compravendita di armi e restrizioni diplomatiche nei confronti dei coloni e chi è coinvolto nella guerra nella Striscia.

No alle armi

Una battaglia dura da combattere è stata poi quella sul riarmo. Per un motivo fondamentale: è un processo spinto con decisione da Nato, Unione europea e Stati Uniti. Questo non ha impedito al governo Sánchez di opporsi, come nel caso della spesa del 5% del Pil per la Difesa imposta dall’Alleanza Atlantica, uno dei punti delle accuse mosse a Madrid da Donald Trump, o di stimolare modifiche, come per il piano di riarmo europeo.

Nel confronto con i membri del Patto Atlantico, la Spagna ha mantenuto le sue posizioni nonostante il largo sostegno alla nuova soglia sponsorizzata da Washington. Il 2,1% è sufficiente a rispondere alle necessità nazionali senza gravare sullo Stato sociale, hanno fatto sapere, una priorità per l’esecutivo iberico. Così Sánchez ha ottenuto un’esenzione dai nuovi parametri Nato.

Sul piano di riarmo partorito dalla Commissione von der Leyen, invece, si è prima detto scettico, spiegando che “il termine ‘riarmo’ non mi piace affatto, non lo condivido”, e ha poi chiesto che tra i progetti finanziabili dal maxi-progetto europeo venissero inclusi anche quelli contro gli attacchi cibernetici e per la lotta alle sfide climatiche, dato che la Russia, ha spiegato, non rappresenta per Paesi distanti come la Spagna una reale minaccia alla sicurezza.

Il golpe venezuelano

Proprio in nome del diritto internazionale invocato per Gaza e l’Ucraina, Madrid ha criticato gli Stati Uniti anche a causa del blitz col quale hanno deposto l’ormai ex presidente venezuelano Nicolas Maduro. Indipendentemente dalle motivazioni dietro all’arresto, Sánchez ha chiarito che ogni azione deve rimanere nel perimetro della legalità internazionale: “Si tratta di un’azione chiaramente illegale, fatta per appropriarsi delle risorse naturali – aveva dichiarato accusando duramente i piani della Casa Bianca – Un precedente terribile e pericoloso”.

La lotta per il clima

Fin dall’inizio della nuova legislatura europea, si è assistito a un ribaltamento della posizione della nuova Commissione von der Leyen: da progetto principe per il futuro dell’Ue, il Green Deal è diventato un piano da smantellare pezzo per pezzo, in nome della sostenibilità economica e della necessità di recuperare il supporto di imprenditoria e mondo agricolo. Chi ha deciso di non allinearsi fin da subito è stata proprio la Spagna. Il primo gesto concreto è stato quello di imporre, nonostante le resistenze degli alleati più conservatori, la ‘pasdaran‘ del clima Teresa Ribera per il ruolo di commissaria Ue per la Concorrenza. Da lì è iniziata la battaglia, fino a oggi persa, di scongiurare l’abbandono del progetto climatico e degli obiettivi sulle emissioni. Ultima azione, in ordine di tempo, è stata la lettera che a fine febbraio il capo del governo spagnolo ha inviato al presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, per chiedere ai colleghi nel gruppo dei 27 di non trasformare la sostenibilità economica delle iniziative green in un loro abbandono de facto: “Non dovremmo accettare la semplificazione e la deregolamentazione dei nostri standard lavorativi e sociali – ha scritto – Qualsiasi rallentamento nella decarbonizzazione favorirebbe direttamente i concorrenti”. Motivo per cui, a fine 2025, aveva duramente criticato la decisione dell’Ue di rimandare l’addio ai motori a combustione entro il 2035, definendola “un errore storico“.

Il cambio di rotta sui migranti

Persino sull’immigrazione è emersa la distanza tra Madrid e Bruxelles. Su questo specifico tema la Spagna è da decenni oggetto di pesanti critiche da parte delle organizzazioni non governative impegnate nella difesa dei diritti umani a causa dei trattamenti e le violenze nei confronti dei migranti che cercano di passare la frontiera nelle enclave di Ceuta e Melilla. Ma è proprio su un massiccio piano di integrazione che il governo ha deciso di costruire il proprio rilancio economico. Mentre in Europa le parole d’ordine rimangono “fortezza Ue” ed “esternalizzazione“, l’esecutivo guidato da Sánchez ha deciso di regolarizzare ben 500mila immigrati irregolari, mettendo in atto una maxi sanatoria che punta su formazione, lavoro e ricongiungimenti familiari. In questo modo, immetterà sul mercato del lavoro decine di migliaia di persone che contribuiranno al progresso economico del Paese. Anche in questo caso, guardando in direzione opposta rispetto all’Europa e agli Stati Uniti.

X: @GianniRosini

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