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Così Usa e Israele si dividono i raid sull’Iran: Tel Aviv bombarda nel Nord e nell’Ovest, Washington a Sud per proteggere le proprie basi

E' la ripartizione delle aree di azione di "Epic Fury". Dan Caine, capo degli Stati Maggiori, ha rimarcato il ruolo degli Stati Uniti nel meridione, dove è avvenuto il bombardamento della scuola Shajaba Tayyiba: "Indaghiamo", ha commentato il segretario alla Difesa Pete Hegseth
Così Usa e Israele si dividono i raid sull’Iran: Tel Aviv bombarda nel Nord e nell’Ovest, Washington a Sud per proteggere le proprie basi
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Cinquemila ordigni in 4 giorni di guerra, prevalentemente sul centro e sull’ovest del Paese. È il volume di fuoco erogato dalle Israel Defense Forces sull’Iran dall’inizio delle “major combat operations”, come le ha definite Donald Trump, il 28 febbraio. Nelle aree del sud, invece, ha operato lo United States Central Command in base alla ripartizione delle aree di azione di “Epic Fury” frutto della pianificazione condotta negli ultimi mesi sull’asse Washington-Tel Aviv. Il lavoro, coordinato tramite i contatti quotidiani tra Eyal Zamir, capo di stato maggiore delle Idf, e Brad Cooper, capo del CENTCOM a stelle e strisce, è ripartito tra le due sponde dell’alleanza in base a tre criteri principali: geografia, tipologia di obiettivo e vantaggio relativo.

Dal punto di vista geografico, hanno lasciato trapelare fonti dell’esercito di Tel Aviv, la Israeli Air Force ha operato contro basi, lanciatori e altre risorse militari nell’Iran occidentale e centrale, usati per scagliare i missili a lungo raggio contro Israele. Nel frattempo, l’esercito americano ha colpito 1.700 obiettivi nel meridione: radar di scoperta, infrastrutture logistiche e siti di lancio da dove partono gli ordigni a corto raggio che colpiscono le basi statunitensi nel Golfo Persico. “In questi primi giorni le US Joint Forces hanno continuato ad attaccare le capacità missilistiche e difensive iraniane lungo il confine meridionale”, ha confermato il capo degli Stati maggiori congiunti americani, Dan Caine, in conferenza stampa al Pentagono con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, illustrando le operazioni su una cartina.

Su quel versante gli Usa “hanno continuato a esercitare pressione dal mare sulla costa sud e orientale e attrito navale lungo tutto lo Stretto fino al Golfo Arabico”, come lo chiamano oltreoceano. Una specifica geografica che non ha lasciato indifferenti i giornalisti presenti, uno dei quali ha domandato del bombardamento della scuola Shajaba Tayyiba di Minab, che si trova sul mare nella provincia meridionale di Hormozgan, a 60 metri da una base della Marina iraniana, in cui sono morte almeno 170 persone tra cui decine di studentesse. “Naturalmente non prendiamo mai di mira obiettivi civili, ma stiamo esaminando la questione e stiamo indagando“, ha risposto Hegseth, lasciando intendere che la verifica è in corso.

Anche per quanto riguarda la tipologia di obiettivi, Israele e Stati Uniti si sono divisi il lavoro. L’esercito americano, da un lato, si è assunto la responsabilità di colpire le forze navali del nemico: “Stiamo distruggendo la Marina iraniana e degradando la sua capacità, efficienza e possibilità di condurre operazioni non solo nella Central Comand Area ma in tutto il globo”, ha detto Caine. Israele, nel frattempo, ha concentrato l’azione su target strategici ad alto valore, in base al principio vantaggio relativo, come i quartier generali del regime a Teheran, le infrastrutture energetiche dual-use, i centri di comando e controllo militare.

Un modus operandi che Caine ha descritto con i consueti toni entusiastici: “I lanci di missili balistici dall’Iran sono diminuiti dell’86% rispetto al primo giorno di combattimenti, con un calo del 23% solo nelle ultime 24 ore. E il lancio dei droni d’attacco è diminuito del 73%”, ha proseguito. “Questo progresso ha permesso al Centcom di stabilire una superiorità aerea localizzata lungo il fianco meridionale della costa iraniana e di colpire le sue difese con una precisione e una potenza di fuoco schiaccianti”, ha aggiunto il generale. Ora, è la previsione, “inizieremo ora ad espanderci verso l’interno, colpendo sempre più in profondità il territorio e creando ulteriore libertà di manovra per le forze statunitensi”.

Da un punto di vista logistico, l’Aeronautica Militare israeliana ha fatto molto affidamento sulle capacità di rifornimento aereo dell’esercito statunitense, che dispone di una flotta di aerei cisterna circa 10 volte superiore a quella degli alleati: decine di questi velivoli sono stati dislocati in Israele già nelle settimane precedenti l’inizio del conflitto. I travet militari israeliani descrivono il conflitto come la prima guerra congiunta su vasta scala tra Israele e Stati Uniti. Fonti dell’Idf riferiscono che sia nello Stato ebraico, dove sono di stanza oltre 1.000 soldati americani, che negli Stati Uniti sono operative “cellule di coordinamento congiunto” con il compito di sincronizzare intelligence, obiettivi e sistemi di difesa. Al punto che tra gli ufficiali di Tsahal c’è chi la definisce “una guerra combattuta in inglese”.

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