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In questa terza guerra del Golfo, le conseguenze per l’economia mondiale saranno molte

Stavolta non c'entrano le materie prime del Golfo. Gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni si sono completamente affrancati dal giogo dei combustibili fossili
In questa terza guerra del Golfo, le conseguenze per l’economia mondiale saranno molte
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Questo decennio è nato decisamente sotto una cattiva stella. Nel giro di pochi anni si sono verificate ben quattro crisi economiche globali, una successione piuttosto imprevedibile che può sfidare qualsiasi cigno nero. La prima è stata la crisi sanitaria del Covid che ha ridotto il Pil mondiale in maniera drammatica: per l’Italia il calo è stato dell’8%. Dopo due anni è arrivata la guerra regionale, anche se poi si è estesa in maniera indiretta, tra Russia e Ucraina. L’effetto stavolta è stato quello di far esplodere l’inflazione, arrivata a superare il 10% annuo, con una perdita di reddito non più recuperata. Nell’aprile 2025 Trump ha sconvolto il commercio internazionale con le sue tariffe di ritorsione verso più di cento Paesi nel tentativo di tutelare gli interessi economici americani.

Adesso è arrivata una seconda guerra regionale. Questa guerra, iniziata da Israele e dagli Usa contro l’Iran, è ancora meno comprensibile della precedente perché non c’è contiguità territoriale tra i Paesi coinvolti, quindi nessuna diatriba territoriale, e si tratta, par di capire, di una guerra preventiva. In altri tempi una guerra preventiva si sarebbe chiamata aggressione, in contrasto con il diritto internazionale – al di là del fatto che l’Iran sia governato da un regime autocratico e ferocemente repressivo. Anche gli obiettivi da raggiungere non sembrano chiari, almeno per gli Usa che, di fatto, non possono essere minacciati direttamente. Per Israele si tratta invece di eliminare definitivamente l’arsenale militare iraniano, e possibilmente un bel po’ dei suoi leader politici e militari, per garantire la sua sicurezza.

Quali le conseguenze economiche di questa terza guerra del Golfo? La conseguenza fondamentale non può che essere una distruzione della ricchezza mondiale, come accade sempre nel caso delle guerre ad ampio raggio, vista anche l’importanza economica dell’area considerata. L’effetto finale sull’economia-mondo dipenderà dalla durata della guerra, al netto delle conseguenze imprevedibili. Comunque i mercati si sono già mossi nella loro direzione naturale. Per primi hanno reagito quelli delle materie prime e quelli azionari. Poiché i Paesi del Golfo sono uno scrigno di combustibili fossili, Gnl e petrolio, il loro prezzo si è subito impennato, in risposta all’interruzione del transito navale che passa per lo stretto di Hormuz, chiuso di fatto dall’Iran. Lo stesso è accaduto per il prezzo del gas che è salito in picchiata nei mercati europei.

Questo rapido aumento del prezzo delle materie prime porterà a un’inflazione come quella disastrosa della guerra regionale precedente e ancora in corso? Probabilmente no, perché attualmente al mondo c’è una grande abbondanza di petrolio. Più critico è il caso del Gnl del Medio Oriente, da cui le economie europee dipendono pesantemente. L’effetto finale, comunque, non può che essere un aumento dell’inflazione, vedremo se a una o due cifre, ancora causata dall’aumento del prezzo dei combustibili fossili, da cui l’economia mondiale dipende anche se in misura sempre minore. Quest’inflazione può essere considerata una tassa che il mondo deve pagare per la cosiddetta sicurezza di Israele. Naturalmente c’erano molti altri modi per garantirla, ma il governo israeliano ha scelto la strada dell’azione bellica.

Anche i mercati finanziari non sono rimasti a guardare e le borse mondiali hanno fatto segnare pesanti risultati negativi con perdite giornaliere attorno al 3%, migliaia di miliardi che sono andati in fumo soprattutto in Asia, la regione più colpita perché più dipendente dal petrolio del Medio Oriente. Ma qui le preoccupazioni sono minori perché la borsa è abituata a queste capriole, e le perdite di oggi potranno essere facilmente recuperate. L’entità del danno per i risparmiatori dipenderà dalla durata e dagli esiti della guerra in atto. Molto critica potrebbe essere, invece, la situazione per il gigantesco debito pubblico americano con il tasso di interesse sui titoli Usa che è leggermente cresciuto, e che potrebbe crescere ancora di più a seguito dell’inflazione attesa. Di sicuro in questa situazione la Fed non ridurrà il tasso di sconto.

C’è un fatto che va rimarcato, e in un certo senso è nuovo. Questa guerra che vede gli Usa direttamente impegnati non è una guerra per le materie prime del Golfo. Gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni si sono completamente affrancati dal giogo dei combustibili fossili. Mentre fino agli anni Novanta le importazioni di petrolio costituivano quasi la metà del disavanzo commerciale americano, ora gli Usa sono diventati pienamente autosufficienti, anzi lo esportano. Come risultato collaterale, e forse voluto, possiamo dire che Trump ha fatto un ennesimo favore alla potente lobby americana dei combustibili fossili che ha abbondantemente finanziato la sua campagna elettorale.

Delle disgrazie di questa prima parte del decennio, due portano la firma del Presidente degli Usa. Le sue scelte sono presentate con motivazioni oscure, carenti, a volte fasulle e decisamente poco convincenti su di un piano razionale. Non è un caso allora che la stampa abbia dato molto risalto ai sondaggi secondo i quali la fiducia degli americani nelle condizioni di salute mentale di Trump è fortemente diminuita. L’aumentata imprevedibilità di Trump che preoccupa gli elettori americani sta facendo pagare un prezzo molto alto all’economia-mondo, soprattutto ai paesi in via di sviluppo sui quali principalmente si scaricheranno le conseguenze della nuova, speriamo transitoria, inflazione bellica mondiale.

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