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Contro l’assolutismo di Trump, dopo la Corte suprema, si staglia anche la Chiesa cattolica

L’ultima mossa anti-Trump dell’episcopato prende in questi giorni di mira la decisione del presidente di negare la cittadinanza americana ai bambini nati in Usa da immigrati irregolari
Contro l’assolutismo di Trump, dopo la Corte suprema, si staglia anche la Chiesa cattolica
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Non c’è solo la Corte Suprema a contrastare negli Stati Uniti la spinta di Trump a stabilire un regime di governo autoritario, fondato sul plebiscito elettorale. Contro l’assolutismo del “presidente Maga” comincia a stagliarsi un soggetto forse ancora più incisivo sul piano degli equilibri sociali: la Chiesa cattolica.

Steve Bannon, ideologo del trumpismo, aveva definito da subito l’elezione di Leone XIV una “pessima scelta”. Perché la cultura e la sensibilità sociali di Prevost si contrappongono inevitabilmente agli impulsi illiberali del presidente. “La mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato”, dichiarò Leone appena eletto al corpo diplomatico in Vaticano. Indicando un caposaldo del suo pontificato: “Ciascuno di noi, nel corso della vita, si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio”.

Papa Prevost ha confidato peraltro agli intimi di non volere ergersi in pubblico ad avversario del presidente connazionale. La sua impostazione religiosa e sociale sta fornendo tuttavia ai vescovi americani una forte copertura nel contrastare pubblicamente le politiche di Trump. E se la Corte Suprema può anche essere ondivaga, nel senso di dare qualche volta una giustificazione giuridica alle aspirazioni del presidente (si veda il tema dell’immunità), mostrandosi invece altre volte contraria (come nel caso dei dazi), l’opposizione dei vescovi sta procedendo invece in crescendo.

Tema cruciale è quello – caldissimo negli Usa – del trattamento degli immigrati irregolari. Negli ultimi mesi vi è stata un’escalation da parte della conferenza episcopale. Quando a novembre i vescovi elessero il loro nuovo presidente, mons. Paul Coakley di Oklahoma, votarono un appello fortemente emotivo contro l’ondata di retate messe in atto – nel tripudio di Donald Trump – dall’ormai famigerata Ice, la polizia di frontiera. In modo unanime (216 voti a favore, 5 contrari, 3 astenuti) i presuli si dissero turbati, rattristati, preoccupati e addolorati per il clima di “paura ed ansia” diffuso “tra la nostra gente”, per la denigrazione degli immigrati, le decisioni arbitrarie, l’angoscia dei “genitori che temono di essere trattenuti mentre accompagnano i loro figli a scuola”.

Il mese scorso ha aggiunto un carico da undici il vescovo Brendan Cahill, presidente del comitato per le migrazioni dell’episcopato Usa, condannando l’intenzione del governo di ammassare “migliaia di famiglie” in centri di internamento. Qualcosa, ha detto, che dovrebbe “mettere alla prova la coscienza di ogni americano”.

Intanto si sono mossi congiuntamente i rappresentanti dell’episcopato latinoamericano, statunitense e canadese per esigere dalle autorità governative “politiche che salvaguardino la vita, i diritti e la dignità dei migranti” (pur nel rispetto di norme di regolamentazione). La questione, per Trump che fra pochi mesi dovrà impegnarsi nelle elezioni di medio termine, è altamente politica. Il margine con cui vinse le ultime presidenziali era minimo: 49,8 per cento per lui, 48,4 per Kamala Harris. Contò molto lo spostamento di voti a favore dei repubblicani, attuato da percentuali di elettorato ispanico tradizionalmente filo-democratico, ma all’interno del quale erano presenti fasce di elettori intenzionati a difendere il relativo benessere raggiunto impedendo l’arrivo di altri immigrati, disponibili a salari sempre più bassi.

La caccia all’immigrato ha però destabilizzato parte di questo elettorato ispanico, colpito direttamente o allarmato dalle retate indiscriminate contro parenti, amici, connazionali, “catturati” dall’Ice anche quando lavorano onestamente, pagano le tasse e non commettono reati. Il voto ispanico sarà importante nelle elezioni di novembre. Così come il voto cattolico. Anche qui Trump nel 2024 era riuscito a fare potentemente breccia: il 56% dei cattolici aveva votato per lui e solo il 41 per la candidata democratica. Il trend era in linea con l’orientamento prevalentemente conservatore degli stessi vescovi. Un porporato europeo, che aveva incontrato Prevost quando era ancora cardinale, gli aveva detto: “So che siete 50 a 50, spaccati” (riferendosi al rapporto tra conservatori e riformatori bergogliani). Al che Prevost aveva risposto: “Magari! La realtà è 60 a 40”.

Anche qui la politica trumpiana di tagli alle spese sociali e l’aggressività nei confronti degli immigrati sta cambiando il panorama. Gli ispanici rappresentano una quota importante dei fedeli cattolici, le iniziative di assistenza sociale e di solidarismo costituiscono una componente caratteristica della presenza istituzionale della Chiesa cattolica e quindi molti vescovi, anche se antiabortisti e contrari alle tematiche gender e tendenzialmente conservatori, si ribellano a una politica insensibile al bisogno di giustizia.

L’ultima mossa anti-Trump dell’episcopato prende in questi giorni di mira la decisione del presidente di negare la cittadinanza americana ai bambini nati in Usa da immigrati irregolari. Sarebbe la rottura di una prassi risalente all’istituzione degli Stati Uniti e i vescovi si sono appellati alla Corte Suprema contro un progetto definito “immorale” perché colpirebbe neonati innocenti con una “punizione oltraggiosa”.
Dover fronteggiare una Chiesa cattolica irritata e un’opinione pubblica contraria all’attacco contro l’Iran (solo il 27 per cento degli americani l’appoggia secondo il sondaggio Reuters-Ipsos) è un campanello d’allarme per The Donald.

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