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Richiedenti asilo, la Questura di Roma ostacola anche chi arriva con corridoi umanitari per le torture subite in Libia

Il 24enne è regolarmente atterrato a Fiumicino l'11 dicembre, attraverso un corridoio umanitario frutto del protocollo tra istituzioni e organizzazioni religiose
Richiedenti asilo, la Questura di Roma ostacola anche chi arriva con corridoi umanitari per le torture subite in Libia
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Il caso di R., un ragazzo di ventiquattro anni arrivato in Italia lo scorso dicembre, riaccende i riflettori sull’Ufficio immigrazione di via Patini a Roma. La sua non è la storia di uno sbarco sulle coste del Sud Italia, ma quella di una persona regolarmente atterrata a Fiumicino attraverso un corridoio umanitario, frutto di un protocollo tra istituzioni e organizzazioni religiose come la Comunità di Sant’Egidio. “Un’alternativa legale e sicura… un modo per rispondere anche alla domanda sulla nostra sicurezza”, è scritto sul sito del ministero degli Esteri, che spiega il “patrocinio privato” degli enti che garantiscono alle persone “alloggio e assistenza economica per il periodo di tempo necessario all’espletamento dell’iter della richiesta di protezione internazionale”. Eppure, secondo quanto denunciato da Baobab Experience, una delle realtà del volontariato che si fa carico dell’assistenza nella Capitale, il trattamento ricevuto alla Questura di Roma descrive una realtà ben diversa.

R. è un sopravvissuto: ha visto il fratello morire in mare dopo che la loro barca era stata speronata dalla Guardia nazionale tunisina, per poi essere venduto alle milizie libiche e condotto nel centro di detenzione di Al-Assah, lungo il confine tra i due paesi, vittima di una tratta ormai nota. In quel centro gestito da milizie legate al governo di Tripoli, avrebbe patito torture e traumi profondi “che lo hanno portato più volte a tentare il suicidio”, spiega Baobab nel suo comunicato. Che poi racconta l’esperienza a Roma, il corridoio umanitario che si infrange sugli uffici della Questura. Il giorno della convocazione a via Patini, riferiscono, nonostante l’appuntamento documentato gli è stato prima chiesto di andarsene per carenza di personale e poi detto che il suo incontro non risultava nel sistema.

Dopo cinque ore di attesa, l’attivista che accompagna R. è al telefono con una legale e, racconta il comunicato, “non si accorge che l’interprete spagnolo mette in mano a R. – che parla arabo – una penna e gli dice di firmare un foglio. R. firma inconsapevolmente un nuovo appuntamento per tre mesi dopo“. Ancora: “L’attivista chiede di visionare il foglio firmato da R. e gli operatori minacciano di chiamare la polizia, rimproverando R. – che nel frattempo inizia a sentirsi male – di immaturità. R. è confuso, impaurito e strappa il foglio dell’appuntamento e chiede di tornare a casa: non sta bene. Si rifugia in un angolo e si addormenta a terra, stanco, provato”. A nulla sarebbero valse le rimostranze, più che legittime viste le fragilità documentate di R., che “lascia l’Ufficio Immigrazione e non risponde più alle chiamate”.

Per Baobab “i trattamenti degradanti nei confronti dei richiedenti asilo sono la norma alla Questura di Roma”, dove si incontrano “famiglie con bambini costrette a dormire fuori al gelo per essere le prime in fila” e dove regna una “inciviltà dilagante”. La stampa ha raccontato più volte di persone costrette ad accamparsi per settimane prima di riuscire ad accedere a una procedura che, secondo la normativa vigente, anche in caso di afflusso eccezionale non deve superare i 10 giorni lavorativi. In passato, una vasta rete di associazioni, giuristi e operatori sociali aveva rivolto un appello direttamente al Viminale e alla Questura stessa per chiedere di garantire l’accesso senza ulteriori ritardi. Nonostante le sanzioni del tribunale e le ripetute segnalazioni, il ministero dell’Interno non pare aver preso provvedimenti. Le conseguenze dell’imbuto amministrativo? Chi non riesce a formalizzare la domanda resta illegittimamente escluso da diritti fondamentali come accoglienza e cure mediche. Per Baobab, una spirale di esclusione: “Si inizia dalla negazione di uno status giuridico per poi negare l’accoglienza, costringere alla strada, impedire il lavoro legale e alimentare lo sfruttamento”.

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