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La nostra “strana disfatta” morale nei confronti di Gaza: così abbiamo permesso il genocidio

Il saggio di Didier Fassin (Una strana disfatta, Feltrinelli Idee), antropologo e medico francese, spiega come l'Occidente abbia sposato la narrazione di Israele
La nostra “strana disfatta” morale nei confronti di Gaza: così abbiamo permesso il genocidio
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Nei giorni in cui la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese era nuovamente al centro di una campagna diffamatoria, ho ricevuto un saggio di Didier Fassin (Una strana disfatta, Feltrinelli Idee), antropologo e medico francese, professore all’Institute for Advanced Studies di Princeton (Usa) e al Collège de France. Il titolo riprende quello usato da Marc Bloch all’indomani della sconfitta francese nel 1940: disfatta militare quella del secolo scorso, morale quella attuale.

Le leadership del Nord del mondo tendono sempre, con qualche eccezione, a selezionare le cause per cui valga la pena agire politicamente e, di conseguenza, trascurano o dimenticano pezzi di umanità che vengono distrutti qua e là nel mondo. Ma nei confronti di quel pezzo di umanità che è la popolazione palestinese della Striscia di Gaza si è andati oltre la dimenticanza: la sua distruzione, all’indomani dei crimini di guerra commessi da Hamas nel sud d’Israele, è stata attivamente difesa, condonata, sostenuta e incoraggiata.

Non solo non ci si è opposti a un progetto genocidario ma si è dato appoggio alla sua realizzazione: di nuovo con qualche eccezione, si è sposata la narrazione di Israele che stava difendendo la sua stessa esistenza, si è dato credito alla versione degli eventi fornita da Israele e si è messo in dubbio quella palestinese, si è giudicato inammissibile che lo stato le cui generazioni precedenti avevano subito un genocidio potesse commettere tale crimine.

È passata l’equazione genocidio = Olocausto, per sostenere che siccome nella Striscia di Gaza non era in corso nulla di quelle dimensioni, non c’era genocidio: omettendo che il paragone non avrebbe dovuto essere con l’Olocausto ma con la Convenzione sul genocidio del 1948.

Quella parola, genocidio, è stata a lungo pronunciata solo da chi negava che tale crimine fosse in corso.

L’abdicazione morale del Nord del mondo, secondo Fassin, “è stata giustificata in nome della morale stessa”: a causa della responsabilità storica, nei confronti degli ebrei, degli stati europei, il consenso di questi ultimi all’annientamento della Striscia di Gaza è stato “l’espiazione per procura della loro partecipazione alla distruzione degli ebrei d’Europa”.

La legittimazione del genocidio israeliano – del suo intento ripetutamente e pubblicamente dichiarato prima ancora che degli atti commessi – nella Striscia di Gaza è stata accompagnata dalla delegittimazione di chi criticava la risposta militare di Israele e i suoi immani effetti, soprattutto quando venivano definiti con quella parola-tabù.

Quella delegittimazione ha strumentalizzato l’antisemitismo, ampliandone a dismisura l’applicazione: paradossalmente, proprio l’Europa cristiana e storicamente antisemita ha accusato di antisemitismo chi, nell’ambito della ricerca accademica e storica, dell’attivismo per i diritti umani e dell’azione politica (comprese molte persone di religione e cultura ebraica) osava criticare lo stato di Israele e i suoi governanti.

Questo libro pone dunque sotto accusa l’ordine morale del mondo e il suo “consenso all’annientamento di Gaza”: ecco le challenges, le sfide, di cui parlava Francesca Albanese il 7 febbraio. Ecco il “comune nemico dell’umanità”, che evidentemente – come hanno compreso tutte le persone in buona fede – non è Israele.

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