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Nulla giustifica il cosiddetto attacco “preventivo” di Usa e Israele all’Iran: è illegale per il diritto internazionale – L’analisi

Non esiste alcun rapporto di intelligence che affermi che l'Iran fosse in procinto di attaccare chicchessia, né che si stesse dotando di una bomba atomica, e nessuno ha mai corroborato l'ipotesi che abbia o stia sviluppando missili in grado di raggiungere gli stessi Stati Uniti
Nulla giustifica il cosiddetto attacco “preventivo” di Usa e Israele all’Iran: è illegale per il diritto internazionale – L’analisi
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Sono iniziati i bombardamenti israeliani e americani sull’Iran, con diversi obiettivi in varie parti del Paese avvolti in una nuvola di fumo. Mentre il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, avvertiva i suoi concittadini di rifugiarsi nei bunker in attesa della risposta iraniana, il presidente americano Donald Trump aveva già “chiarito” i dettagli e gli obiettivi dell’operazione, cioè “distruggere il programma missilistico” di Teheran, “annientare la marina militare iraniana” ed “eliminare la capacità operativa delle milizie sostenute dall’Iran”, oltre che – in una riedizione di quanto già detto dopo gli strike di giugno scorso, prima che uscisse la notizia che Teheran era riuscita a mettere in salvo un certo quantitativo di uranio altamente arricchito – di “fare in modo che l’Iran non abbia mai la bomba atomica“. Ma è difficile, anche sforzandosi, trovare una motivazione legittima o quantomeno razionale all’attacco, se non l’esplicita volontà americana e israeliana di tentare di eliminare artificialmente gli ostacoli alla egemonia di Tel Aviv nella regione.

Attacco illegale per il diritto internazionale

Per il diritto internazionale, si tratta di un attacco pienamente illegale, a prescindere dal tipo di giustificazioni politiche addotte dai suoi autori. La Carta delle Nazioni Unite proibisce l’uso della forza armata tra Stati, tranne in due casi: il primo è menzionato all’articolo 51 e riguarda il diritto all’autodifesa in seguito ad attacco subito, che è peraltro quello a cui si appella l’Iran nel rispondere militarmente agli strikes; il secondo, all’art. 42, è quando c’è autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’uso della forza senza aver subito un attacco e senza autorizzazione del CdS è inoltre contrario all’art.2 della Carta Onu, che “vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”.

C’è poi la questione della proporzionalità: anche quando l’autodifesa fosse ritenuta legittima, il diritto internazionale stabilisce che l’uso della forza deve essere necessario (cioè che non vi siano a disposizione altri mezzi coercitivi alternativi all’azione militare) e che la risposta sia proporzionata, appunto: condizioni che viste le caratteristiche dell’attacco in corso – bombardamenti a infrastrutture militari, energetiche e politiche – non sembrano porsi in alcun caso. Non ultimo, l’attacco da parte statunitense risulta illegale anche dal punto di vista della stessa legge americana, che imporrebbe l’autorizzazione del Congresso.

Washington e Tel Aviv hanno definito l’azione come “preventiva“, volta a scongiurare una minaccia imminente, ma il diritto internazionale consente l’autodifesa solo se l’attacco del nemico è considerato realmente imminente ed inevitabile – e non basato su una valutazione soggettiva del pericolo -, condizione che non sembra sussistere.

Secondo i primi resoconti, l’Iran ha già lanciato una serie di missili in rappresaglia, sia sul nord e il centro di Israele che sulle basi americane in Kuwait, quella navale di Al Juffair, in Bahrein, sulla base aerea statunitense di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti, e su quelle in Arabia Saudita. Circolano video di intercettazioni missilistiche sia sui cieli israeliani che su quelli di Doha, capitale del Qatar, e Abu Dhabi, capitale degli Emirati.

L’alibi di Trump: “Missili a lungo raggio in grado di colpire gli Usa”

Il tycoon americano nella seconda parte del suo discorso ha avvertito di “possibili vittime americane” nel corso di questa guerra, sacrificabili a suo avviso sull’altare di un non circostanziato “futuro”, di una “nobile missione“, e ha ribadito alla Nazione che questo attacco è giustificato dalla “quarantasettennale ostilità iraniana verso gli Usa”, riassumibile negli slogan rivoluzionari come “morte all’America“, dagli attacchi di milizie filo iraniane agli Usa negli anni ’80 e dopo l’invasione dell’Iraq nei primi del 2000, e dal fatto – sul quale non esiste alcuna prova, anzi, esiste una smentita ufficiale del ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi in una intervista dei giorni scorsi, durante i vani negoziati con gli Stati Uniti – che l’Iran starebbe sviluppando missili a lungo raggio in grado di colpire gli Stati Uniti. Ha infine invitato gli iraniani a “rovesciare il regime dopo che avremo finito di bombardare, perché questa è la vostra più grande opportunità in decenni”.

Appena ieri, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore nei colloqui Usa-Iran, aveva detto, a margine di un suo incontro col vicepresidente americano J.D Vance, che “un accordo di pace è a portata di mano“, dopo che le autorità iraniane avevano proposto condizioni a loro ancor meno favorevoli di quelle pattuite nel corso dell’accordo sul nucleare del 2015, cioè lo stop totale all’arricchimento dell’uranio. AlBusaidi aveva anche ribadito alla Cbs che “per risolvere questo problema non esiste alternativa alla diplomazia”.

Per nessuna fonte di intelligence l’Iran era in procinto di attaccare

Trovare motivazioni legittime o razionali all’attacco è proibitivo. Non esiste alcun rapporto di intelligence, statunitense o israeliano, che affermi che l’Iran fosse in procinto di attaccare chicchessia, tale da giustificare l’aggettivo “preventivo“, utilizzato da Katz nel definire questa aggressione. Non esiste alcun rapporto che affermi che l’Iran si stesse dotando di una bomba atomica, e nessuno – contrariamente a quanto ribadito da Trump al Paese questa mattina (notte negli Stati Uniti) – della comunità d’intelligence ha mai corroborato l’ipotesi che l’Iran abbia o stia sviluppando missili in grado di raggiungere gli stessi Stati Uniti. Il programma missilistico iraniano, parte della sua dottrina asimmetrica di “difesa avanzata”, è il più ampio e sofisticato della regione ma nessuno dei suoi vettori, incluso il Khorramshahr-4, può raggiungere il territorio americano o europeo, avendo una gittata massima di 2500 km.

Per quel che riguarda l’arricchimento dell’uranio, prima della guerra dei dodici giorni – e sin dall’abbandono dell’accordo sul nucleare da parte dello stesso Trump – Teheran stava arricchendo a circa il 60% uranio 235, un livello più alto di quello normalmente utilizzato nei reattori per energia nucleare, ma più basso di quello necessario per le armi atomiche (che è circa il 90%).

Teheran, per arricchire, utilizza le centrifughe, alcune di esse molto avanzate, come le IR-6, e situate negli impianti di Fordow e Natanz, entrambi bombardati a giugno 2025, data a partire dalla quale le autorità iraniane hanno smesso di permettervi le ispezioni dell’Aiea (nel paese è circolato anche il sospetto che lo stesso direttore Raphael Grossi abbia fornito informazioni ad Israele sui propri impianti, prima dei bombardamenti di giugno). Le infrastrutture in questione nei mesi scorsi sarebbero state ulteriormente interrate, ricoperte cioè da cemento ed altri materiali funzionali a proteggerle da nuovi bombardamenti.

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