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Flash mob in 50 ospedali italiani contro la decisione di Israele di cacciare le 37 ONG che operano nei territori palestinesi
Rompere la “congiura del silenzio“, a Gaza come in Cisgiordania. E protestare contro la cacciata voluta dal governo israeliano delle 37 organizzazioni che operano in Palestina, che si sono rifiutate di consegnare i nomi degli operatori palestinesi che lavorano con loro. Questo l’obiettivo delle reti #DigiunoGaza e Sanitari per Gaza, tornate in piazza, di fronte a più di 50 ospedali, per il flash mob ribattezzato “No liste no bersagli. Solidarietà e cura non sono reato”. Lo scorso ottobre avevano già voluto simbolicamente “illuminare la notte della Palestina“, in segno di protesta contro il genocidio commesso da Israele a Gaza e per denunciare le complicità dei governi occidentali, compreso quello italiano guidato da Giorgia Meloni. Ora la nuova mobilitazione, in solidarietà con il popolo palestinese e in difesa delle 37 Ong.
Tra queste, dovranno andare via anche Medici senza Frontiere, Oxfam, Action Aid e diverse Caritas. A meno di una settimana dal termine imposto da Tel Aviv per interrompere le attività, 17 di loro hanno intanto deciso di rivolgersi all’Alta corte israeliana contro la sospensione ordinata dal governo. Un ricorso congiunto senza precedenti e che arriva dopo diversi tentativi di mediazione andati a vuoto, oltre che decine di appelli da tutto il mondo per chiedere che venga garantito l’aiuto umanitario a una popolazione devastata da bombardamenti e fame. Tutto mentre a Gaza più della metà della popolazione continua a vivere in campi senza acqua potabile e servizi di base, mentre il sistema sanitario è totalmente distrutto e mancano medicinali e attrezzature mediche. In questo contesto gli aiuti entrano con il contagocce e il lavoro degli operatori resta essenziale per portare acqua e assistenza medica. “La sanità non è neutrale, quando la cura viene trasformata in un crimine. Siamo qui perché bandire le ONG da Gaza significa privare una popolazione stremata delle ultime possibilità di sopravvivenza e violare ancora una volta il diritto internazionale“, hanno rilanciato decine di sanitari scesi in piazza in segno di protesta, all’ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, così come in tanti altri nosocomi della Capitale e di tutta la penisola.
Per le reti dei sanitari “la richiesta di delazione mira a costringere le Ong a partecipare alla politica coloniale di sorveglianza e controllo dei gazawi. Un sistema utilizzabile per arrestare, torturare o uccidere”. Anche perché, hanno ricordato nel corso del flash mob, a Gaza dal 7 ottobre 2023 “circa 1.700 professionisti sanitari sono stati uccisi e 15 appartenevano allo staff di Medici Senza Frontiere”. “I nostri colleghi sono stati colpiti con i droni, quindi non in maniera casuale. Siamo quindi solidali con le ONG che non vogliono rivelare i nomi dei loro collaboratori in loco, perché questo sarebbe per loro una condanna a morte“. c’è chi ha rivendicato nel corso dell’iniziativa. “Altro che pace. A Gaza come in Cisgiordania si continua a morire. La tregua è violata ogni giorno. Il Board of Peace di Trump? Un comitato d’affari“, spiegano molti sanitari, critici contro la scelta dell’Italia di partecipare, nella veste di “osservatore”.
“Da professionista sanitario, come da cittadino, non si può non tornare in piazza per parlare di salute e di umanità. Non c’è più limite a nulla”, spiega un medico di famiglia. Mentre dal presidio si sottolinea come “le forze di Difesa israeliane hanno riconosciuto come attendibili i dati del Ministero della Salute di Gaza, che erano stati sistematicamente screditati per più di due anni. Oltre 71mila palestinesi, di cui 20mila bambini, sono stati uccisi. Chiediamo pertanto ai nostri governi e alla società civile di esigere che Israele rispetti il diritto internazionale e garantisca il proseguimento delle attività delle ONG sul territorio”. E ancora: “La protezione del personale medico non è negoziabile. Il silenzio è complicità, l’azione è dovere”.