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Per la procura di Milano Caltagirone e Del Vecchio erano d’accordo su Generali fin dal 2019. “Mef? Criticabile ma non perseguibile”

Secondo i magistrati auditi in Commissione banche, in occasione dell'offerta su Mediobanca da parte del Monte dei Paschi di Siena c'è stato un "saldarsi di interessi di vecchia data con quelli più recenti di Mps senza rendere trasparente al mercato la saldatura di questi interessi"
Per la procura di Milano Caltagirone e Del Vecchio erano d’accordo su Generali fin dal 2019. “Mef? Criticabile ma non perseguibile”
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Il presunto accordo tra Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio sulla conquista di Generali e, lungo la strada, di Mediobanca, risalirebbe al 2019, quando il patron di Luxottica era ancora in vita. Lo ha dichiarato il procuratore di Milano, Marcello Viola, nel corso di un’audizione della commissione di inchiesta sul sistema bancario. Secondo quel che è stato ricostruito dalla procura, ha detto il magistrato, l’intesa tra i due miliardari che viene ipotizzata dalle indagini sul caso “troverebbe origini addirittura dal 2019, allorquando si era registrato un avvicinamento strategico tra i due soci mediante il parallelo rafforzamento delle rispettive partecipazioni azionarie, pur in assenza di patti formali o di una dichiarazione di un’azione concertata”. Che per legge andrebbe invece dichiarata. Con tutta una serie di obblighi conseguenti, come per esempio quello del lancio di una costosa offerta pubblica di acquisto sulla società target al superamento (congiunto) di determinate soglie azionarie. Mentre l’azione nell’ombra penalizza gli altri soci, inclusi i piccoli risparmiatori che nel caso di Generali non sono pochi. Senza contare tutti i potenziali veti incrociati delle autorità di vigilanza che vengono aggirati.

Quindi “quantomeno a partire dal 2019 e fino al 2024 si è assistito a un costante investimento a scacchiera in Mediobanca e Generali da parte di Delfin e del gruppo Caltagirone”, senza conseguire “gli obiettivi di controllo” prefissati. “L’insuccesso del proposito“, poi, avrebbe portato poi i due gruppi a cambiare strategia: puntare al controllo di Mediobanca funzionalmente all’obiettivo su Generali, coinvolgendo Mps. E ad orchestrare l’offerta pubblica di scambio sulla banca d’affari fondata da Enrico Cuccia “omettendo” di comunicare “al mercato e alle autorità”, “l’esistenza di un accordo” in tal senso. In altre parole, secondo Viola tra Delfin e Caltagirone c’era una “volontà comune di ottenere il controllo delle Generali” fin dal 2019 e in occasione dell’offerta su Mediobanca da parte del Monte dei Paschi di Siena c’è stato un “saldarsi di interessi di vecchia data con quelli più recenti di Mps senza rendere trasparente al mercato la saldatura di questi interessi”. Inoltre, tra gli osservatori finanziari “nessuno è sembrato dubitare che le posizioni” dei due gruppi “non costituissero dei semplici e occasionali parallelismi frutto di iniziative indipendenti e solo casualmente omogenee, bensì una strategia consapevole e coordinata“. Che secondo la procura di Milano era “esistente”.

Secondo quanto precisato dal procuratore aggiunto di Milano, Roberto Pellicano, l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Luigi Lovaglio, poi, ha dato un “supporto materiale fondamentale al concerto” nell’operazione su Mediobanca, pur senza essere azionista delle società coinvolte. “Quindi la sua posizione è quella di concorrente esterno”. Affermazione alla quale ha prontamente replicato il legale del banchiere, Giuseppe Iannaccone, per “esprimere con assoluta chiarezza la mia ferma convinzione circa la piena correttezza del comportamento tenuto dal Dott. Luigi Lovaglio. Gli atti e la documentazione che ho esaminato confermano, a mio avviso in modo inequivocabile, che egli ha operato nel rigoroso rispetto della legge e nel costante perseguimento dell’interesse della Banca. Non ho alcun dubbio che la totale estraneità del Dott. Luigi Lovaglio a qualsiasi ipotesi di reato emergerà, con assoluta chiarezza, quanto prima”.

Quanto al ministero dell’Economia, “è chiaro che noi nel corso dell’indagine abbiamo visto e abbiamo anche criticato l’Abb (la vendita del 15% del Montepaschi che il Tesoro ha fatto a novembre 2024 consegnando il pacchetto a Caltagirone, eredi Del Vecchio e Banco Bpm, ndr) fatta in maniera tale da rendere destinatari di quel pacchetto di azioni soggetti determinati“. Tuttavia, ma “alla domanda se questo tipo di condotta è incriminabile” e cioè se il ministero di Giancarlo Giorgetti “con questa dismissione” vuole “governare Mps, Mediobanca e forse un domani Generali”, “la risposta è stata no”, ha detto Pellicano. “Non c’è niente che faccia pensare che il Mef possa esser oggetto di indagine in quanto tale“, ha aggiunto. “Non perseguiamo enti, tantomeno enti pubblici, per il semplice fatto che la fattispecie” di reato che sta muovendo la procura sul patto occulto “non punisce enti pubblici, non punisce sfere di influenza, non punisce atteggiamenti che mirano ad avere un potere politico su certi istituti bancari, ma punisce eventualmente i soggetti che mirano al governo concreto della società attraverso acquisti” di partecipazioni rilevanti, “quando non dichiarino che entrano in società come effettivi protagonisti e come soggetti che vogliono effettivamente avere un peso nella gestione”.

Normativa che è in divenire, vista la riforma in corso sul Testo unico della finanza che ha appena visto il varo della riforma del sistema sanzionatorio. Tuttavia, secondo i magistrati anche le recenti modifiche normative “non potrebbero cambiare la carte in tavola e incidere sull’esito del processo”, come ha sintetizzato il presidente della commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, Pierantonio Zanettin, dopo le audizioni.

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