Nuovo rapporto Antigone sulla giustizia minorile: più che la criminalità esplode la stretta repressiva. Soprattutto dopo il decreto Caivano
È stato presentato stamattina a Roma, alla presenza del Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile del Ministero della Giustizia, l’ottavo Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile italiana, dal titolo “Io non ti credo più”, frutto dell’elaborazione di dati ufficiali e dell’osservazione diretta delle carceri minorili che l’associazione opera da molti anni attraverso visite agli Istituti Penali per Minorenni.
Il Rapporto racconta la vita interna alle carceri – troppo spesso degradata anche quando queste accolgono giovani e giovanissimi – e il sistema generale della presa in carico penale destinata ai minori. Il titolo ci descrive drammaticamente come stiamo perdendo questi ragazzi: non si fidano più di noi, del mondo degli adulti, di chi amministra la giustizia minorile mostrando sempre più desiderio di punizione e vendetta e sempre meno accoglienza, ascolto, sostegno.
Che l’attuale governo abbia deciso di dichiarare guerra alle nuove generazioni è stato chiaro fin dall’inizio, fin dal primo Consiglio dei Ministri nel quale fu introdotto il reato di rave party. Come se fosse questa la priorità del paese. È un gioco antico: per distrarre dai veri problemi, se ne creano di fittizi e si promette di risolverli con il pugno di ferro. Oggi il governo ha vinto: attorno ai più giovani si è creato un vero panico morale. Ci sono riusciti. La popolazione è terrorizzata da adolescenti, baby gang, minori stranieri non accompagnati. Talmente terrorizzata da denunciare qualsiasi loro comportamento, anche quelli dalla scarsissima o inesistente valenza penale. Invece di educare i nostri giovani, si corre a segnalarli alle forze dell’ordine.
I dati sono di difficilissima lettura, le variabili da considerare sono moltissime, e con onestà intellettuale bisognerebbe dire che non abbiamo un quadro esatto e univoco del fenomeno. Ma men che meno abbiamo un quadro che supporti l’idea di un’emergenza criminalità minorile. Piuttosto, come i numeri presentati nel Rapporto mostrano, sono il panico morale e la stretta repressiva a essere aumentati. Nel 2024 (ultimo dato disponibile) le segnalazioni di minorenni o giovani adulti sono cresciute di quasi il 17% rispetto all’anno precedente. Esplode la criminalità minorile, hanno gridato governanti e giornalisti. Esplode la paura, diciamo invece noi. E quindi la gente, quando si tratta di adolescenti, finisce per denunciare qualsiasi cosa.
La malaugurata strategia governativa ha perfettamente funzionato. Se infatti andiamo a vedere cosa accade a seguito di quelle segnalazioni, scopriamo che l’aumento nel numero di minorenni e giovani adulti che l’autorità giudiziaria segnala a propria volta ai servizi della giustizia minorile scende al 12%. Sempre notevole, ma già scopriamo che una serie di segnalazioni finisce nel nulla in quanto irrilevante. Se infine andiamo a vedere quanti di quei ragazzi e ragazze hanno fatto effettivamente ingresso nel sistema della giustizia minorile, vediamo che l’aumento si riduce al solo 2%. Solo per loro l’evento segnalato è sufficientemente rilevante da dover attivare una risposta penale. Una risposta che, dopo il Decreto Caivano, è diventata molto più ampia e dura di quanto non fosse prima, contribuendo così a spiegare tale crescita.
Le percentuali che ho appena fornito soffrono indubbiamente di una qualche approssimazione, ma restano comunque funzionali a inquadrare il problema. Così come il dato che ci dice che il numero delle risposte penali significative si è impennato tra il 2023 e il 2024, per restare invece sostanzialmente stabile tra il 2024 e il 2025. A crescere con forza è stata la reazione penale. La fine del 2023 aveva visto l’introduzione delle nuove norme, che hanno comportato un iniziale forte aumento dei numeri. Quando le nuove norme sono andate a regime, il sistema si è stabilizzato.
È d’altra parte lo stesso governo, quando è costretto a fuoriuscire dai contesti sloganistici e giornalisticamente urlati, ad ammettere che le attenzioni mediatiche sul tema sono fuori mira. Nella Relazione presentata dal Ministero della Giustizia in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2026 si legge: “Relativamente al fenomeno dei reati di gruppo, fortemente attenzionato a livello mediatico, le osservazioni degli operatori non rilevano, negli ultimi anni, consistenti differenze relative ai reati commessi in gruppo. Tali agiti, definiti ‘devianti’ e attribuiti alle cosiddette ‘baby gang’, assumono in realtà forme e modalità espressive molto differenti fra loro, inerenti piuttosto a nuove forme di disagio di aggregazioni giovanili ‘fluide’ che non a veri e propri gruppi strutturati”. Contraddicendo il suo stesso governo, negli stessi Giorgia Meloni affermava: “Ci sono provvedimenti che stiamo studiando. Uno riguarda le baby gang, la situazione è fuori controllo”. Infatti è proprio nel nome dell’allarme baby gang che è stato scritto il nuovo pacchetto sicurezza governativo.
Così come continua a essere lanciato l’allarme relativo ai giovani immigrati. Eppure i numeri ci dicono che i ragazzi stranieri commettono mediamente reati meno gravi rispetto ai ragazzi italiani. I reati contro la persona ascritti a ragazzi italiani entrati in un carcere minorile nel corso del 2025 costituiscono il 22% del totale dei reati ascritti a ragazzi italiani, mentre la corrispondente percentuale relativa a ragazzi stranieri è pari al 17,9%. Per quanto riguarda i meno gravi reati contro il patrimonio, le percentuali si invertono: essi costituiscono il 42,6% del totale dei reati ascritti a ragazzi italiani entrati in carcere e il 60% del totale dei reati ascritti a ragazzi stranieri. È evidente come la risposta punitiva nei loro confronti sia più inflessibile e finiscano in galera anche per comportamenti che, se commessi da italiani, avrebbero comportato misure penali meno severe.
Se non c’è dubbio che sui problemi dei nostri giovani, e su alcuni eventi drammatici che si sono verificati, debbano interrogarci a tutto tondo come società e farci ragionare sugli strumenti di sostegno, aggregazione, prevenzione che dobbiamo mettere in campo, è però vero che sbandierando l’allarme criminalità minorile ci stanno prendendo in giro. La scelta di disinvestire in politiche sociali e educative viene coperta con una valanga di nuovi reati, aumenti di pena, aggravanti. Se si avesse davvero a cuore la nostra sicurezza si punterebbe piuttosto su un serio aumento degli investimenti nella prevenzione – sicuramente più complesso da effettuare – e non invece sulla sola, facile, inutile, mera repressione.