Diciamocelo: Sanremo è morto. Ecco perché
1. Ieri è andato in scena il rosario del Festival, la prima parte del funerale. Non un addio improvviso, ma una veglia annunciata da tempo, di quelle in cui la fine è già stata accettata prima ancora di essere dichiarata. L’Auditel ci consegna il foglietto della liturgia con numeri che somigliano più a condoglianze che a trionfi: poca gente addolorata, una partecipazione composta, quasi di circostanza. E chi c’era — io compreso — è rimasto seduto con quella compostezza educata che si riserva ai defunti importanti, ma anche a quelli che, diciamolo senza timore, non erano poi così amati.
2. Carlo Conti ha officiato il rito con precisione impeccabile. Tutto al posto giusto, tutto sotto controllo. Come quei sacerdoti che non sbagliano una pausa ma non lasciano traccia. Uscendo dalla chiesa resta una sola frase: bravo, eh? Però che palle. Perché un funerale troppo perfetto diventa solo una formalità.
3. Laura Pausini è stata la presenza emotiva della serata, la voce che sale all’ambone e legge il ricordo con mestiere, riuscendo a strappare una lacrima anche a chi non era parente. Funziona, certo. Ma resta un gesto isolato dentro un rito che non riesce davvero a respirare.
4. Le canzoni, trenta corone di fiori tutte uguali, crisantemi allineati lungo il commiato, senza profumo: più che canzoni, epitaffi già pronti. Nessuno strappo, nessun rischio. Ti parlo di una tristezza levigata, una di quelle che non disturba nemmeno per sbaglio.
5. I favoriti si muovono come parenti che vogliono assicurarsi il posto in prima fila. Serena Brancale porta un dolore reale dentro un altro funerale, quello del Festival, e il risultato per me suona fuori luogo. Arisa sembra la parente che conosce ogni passaggio della liturgia, sa quando alzarsi, quando sedersi, quando intonare il canto giusto. Fedez e Masini “scantano” una lamentazione isterica che nemmeno le professioniste del pianto siciliane; Masini, a dire il vero, la lamentatrice potrebbe farla di mestiere, mentre Fedez ha l’aria di chi si accorge troppo tardi di essere capitato al funerale sbagliato.
6. I giovani avrebbero dovuto portare ossigeno, come il bambino che durante la messa corre lungo la navata e ricorda a tutti che la vita continua. Qui invece anche loro sembrano avere già un piede nella bara. Nemmeno Claudio Villa oggi sceglierebbe melodie così fuori tempo.
7. Nemmeno l’estetica ha aiutato. Ai funerali serve decoro, e ieri mancava perfino quello: bianco ovunque per il femminile, pantaloni larghi sotto giacche gigantesche per il maschile. Ammetto di aver intravisto un tentativo di evocare David Byrne, ma senza comprenderne davvero il senso — né da parte degli stilisti, né tantomeno da parte degli artisti. E poi, diciamolo: David Byrne è David Byrne, e su quel palco anche solo pensare a un paragone improvvisato suona quasi offensivo. Faccio mea culpa.
8. Alla fine il rosario è andato. È stata una veglia di presenza, di quelle a cui si va per dovere, si fa la propria comparsa e via. Poi si esce, si piega il foglietto della liturgia e si capisce che al funerale vero, quello dei giorni successivi, non tornerai. E mentre scendi i gradini ti attraversa un pensiero che nessuno osa dire ad alta voce: forse era ora che se ne andasse.
9. Per il bene di tutti.
Al solito, questo blog continua a svilupparsi entro i suoi nove punti: a volte affermazioni, oppure semplici domande, a volte ferite aperte che chiedono risposta. Anche questa volta il percorso prosegue oltre le parole, dentro una playlist dedicata, disponibile gratuitamente sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi dire la tua, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica, dove questo blog vive davvero. È lì che il dibattito continua, si contorce, prende strade impreviste e, sì, a volte deraglia. E sì: se ne leggono di tutti i colori.
9 canzoni 9 … di Sanremo