Gli affari di famiglia tra Netanyahu e i Kushner: dalle notti nella cameretta di Jared all’idea della “Nuova Gaza”
In questi giorni, in queste settimane, Jared Kushner è impegnato soprattutto nei negoziati sulla guerra in Ucraina. La sua attenzione, il suo lavoro sono però ancora concentrati su Gaza – o meglio, sulla “Nuova Gaza”, come l’ha chiamata recentemente, presentando a Davos il piano per trasformare la Striscia martoriata dalla guerra e da migliaia di morti in un incubatore di progetti e guadagni milionari: grattacieli e loft, piattaforme petrolifere offshore, zone industriali avanzate e tranquilli quartieri residenziali circondati da parchi. Del resto è soprattutto lì, in Medio Oriente, che si collocano gli interessi presenti e futuri del genero di Donald Trump. È lì che la sua formazione, la sua famiglia, il suo passato emergono come fattori determinanti nell’orientare le politiche dell’amministrazione Usa.
Quando, all’esordio del primo mandato, fu annunciato che Kushner sarebbe diventato senior adviser del nuovo presidente, con delega particolare alla questione israelo-palestinese, in molti a Washington mostrarono un deciso scetticismo. Kushner, nato in una famiglia ebraica ortodossa del New Jersey, non aveva alcuna esperienza politica o diplomatica. Le sue opinioni erano un mistero per quel ristretto gruppo di consulenti, esperti, funzionari che da anni, all’interno delle varie amministrazioni, si occupano di questioni mediorientali. La sua conoscenza del mondo arabo si limitava a qualche viaggio nei Paesi del Golfo e a una gita in Giordania. Non fece buonissima impressione quanto lui stesso disse in un’intervista poco dopo la nomina. “Ho studiato la questione per tre anni. Ho letto 25 libri sull’argomento” spiegò, accentuando l’impressione dello studente di buona volontà e scarsa esperienza.
In realtà, ciò che segnalava il genero di Trump per quel posto erano soprattutto due cose: un legame profondo con Israele e il via libera di Benjamin Netanyahu. “Per lui Israele non è una questione politica; è la sua famiglia, la sua vita, la sua gente”, ha detto al “New York Times” Hirschy Zarchi, rabbino della Chabad House di Harvard, dove Kushner ha studiato. Il legame di Kushner con Israele è stato in effetti nutrito da molte cose: anzitutto le memorie familiari, con una nonna fortunosamente sfuggita ai nazisti grazie a un tunnel scavato dagli ebrei di Novogrudok, Polonia, e un nonno scampato al massacro nascondendosi in un fosso in un bosco; la fede ortodossa e le scuole ebraiche, dove il giovane Kushner ha imparato a pensare a Israele sulla base del racconto biblico; i viaggi frequenti, sin dall’infanzia, a Gerusalemme, incoraggiato da una famiglia che ha utilizzato la ricchezza accumulata con gli affari immobiliari per finanziare scuole, ospedali, istituzioni ebraiche negli Stati Uniti e in Israele – anche nei territori dove si trovano gli insediamenti dei coloni.
È in questo rapporto stretto con Israele e l’ebraismo che entra in gioco la figura di Netanyahu. Il padre di Kushner, Charles, è intimo del primo ministro israeliano che, come ha raccontato sempre il “New York Times”, è stato più volte ospite nella casa dei Kushner in New Jersey. In un’occasione, Netanyahu avrebbe anche dormito nella stanza di Jared, che dovette trasferirsi nel seminterrato. Nel 1998, a 17 anni, Jared visitò Auschwitz-Birkenau insieme ad altre centinaia di teenager americani. I ragazzi furono accolti da un discorso di Netanyahu, che spiegò che “l’Olocausto avrebbe potuto essere evitato. Sappiamo che non avrebbe avuto luogo, se soltanto lo Stato ebraico fosse stato creato alcuni anni prima”. Si ha notizia di almeno un’altra visita del premier israeliano a casa Kushner. Era il 1999, Jared frequentava già Harvard. Netanyahu arrivò per incontrare Charles e trovò il tempo per una scappata alla Joseph Kushner Hebrew Academy di Livingstone, la scuola che porta il nome del decano di famiglia, allora frequentata dal fratello minore di Jared, Joshua. Netanyahu giocò a calcio con I ragazzi e pranzò con loro.
Proprio la figura di Charles Kushner è interessante per capire quanto è venuto dopo nella vita pubblica di Jared. L’uomo, a capo di un vasto impero immobiliare, è sempre stato attento al futuro dei figli. Nel 1998 incontrò il presidente di Harvard University, cui offrì una donazione da 2,5 milioni di dollari. Jared, che non eccelleva negli studi e che alla high school non aveva voti all’altezza di una Ivy League, fu ammesso l’anno successivo proprio a Harvard. Oltre all’attività filantropica a favore di varie istituzioni ebraiche, Charles Kushner ha sempre avuto uno sguardo particolare per la politica. Negli Stati Uniti, fino al 2016, i suoi soldi hanno finanziato campagne e candidati democratici. In Israele è stato invece proprio Netanyahu il principale beneficiario del suo sostegno finanziario. Charles fu denunciato dal fratello, Murray, per aver abusato dei fondi dell’azienda di famiglia, pagando al leader israeliano centinaia di migliaia di dollari in compensi per presunte conferenze. La causa fu alla fine archiviata, ma condusse a una serie di altre indagini su finanziamenti elettorali illeciti da parte di Charles, che fu poi condannato a due anni di carcere per evasione fiscale, manipolazione di testimoni e donazioni illegali. Uno degli episodi più sgradevoli di tutta la vicenda fu quello che Charles fece a William Schulder, marito della sorella Esther, che stava collaborando con gli investigatori federali. Charles assunse una prostituta per sedurre il cognato, registrò l’incontro tra i due e inviò il nastro a Esther.
Questa fitta rete di rapporti e interessi contestualizza alla fine molto bene la cultura e lo spirito con cui Jared Kushner fu nominato senior advisor nel 2017. Il genero di Trump poteva mancare di esperienza diplomatica, ma conosceva le persone giuste e aveva idee molto chiare su Israele e il conflitto con i palestinesi. Quelle idee, peraltro, avevano già contribuito a plasmare la campagna elettorale di Trump. Fu Jared a scrivere il discorso che Trump pronunciò da candidato alla presidenza, davanti all’American Israel Public Affairs Committee. Fu ancora Jared a organizzare un incontro tra Trump e Netanyahu, presente il padre Charles, prima del voto del novembre 2016. Dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, fu ancora Kushner a gestire le principali iniziative dell’amministrazione nella regione. Alcune hanno avuto successo, come la firma degli Accordi di Abramo, che hanno stabilito la normalizzazione diplomatica tra Israele e diversi Stati arabi, a cominciare dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein. Altre mosse non hanno avuto il successo sperato. Tra queste, il cosiddetto Deal of the Century, in cui Kushner riversava la sua scarsa considerazione per l’Autorità Nazionale Palestinese, cui proponeva la creazione di uno pseudo Stato palestinese, prevedendo però l’annessione da parte di Israele del 30 per cento della Cisgiordania occupata. Nonostante un’offerta di 50 miliardi di dollari in aiuti economici, i palestinesi rifiutarono l’offerta.
Il resto è storia recente. Dopo la fine del primo mandato di Trump, Kushner ha lanciato “Affinity Partners”, un fondo di private equity che coniuga l’estro immobiliare dei Kushner con la passione per la geopolitica di Jared, mettendo a frutto contatti e relazioni stabiliti nei precedenti quattro anni di governo. L’Arabia Saudita è il principale finanziatore di “Affinity Partners”, con il suo fondo sovrano che ha fornito alla società oltre due miliardi di dollari. A dicembre dello scorso anno, anche gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar hanno contribuito al fondo, con un contributo complessivo di 1,5 miliardi di dollari. Oltre a coltivare l’amicizia con il principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman – i due sarebbero così amici da lanciarsi in epici scontri ai videogiochi quando Jared visita Riad – un altro personaggio importante per il genero di Trump è oggi Yousef al-Otaiba, potente ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington, allievo di un ex agente della CIA, Frank Wisner, poi diventato ambasciatore USA in Egitto. È proprio in questo contesto che prende forma l’idea “immobiliarista” su Gaza. Nel febbraio 2024, Kushner ha tenuto un discorso ad Harvard in cui sosteneva l’evacuazione forzata dei palestinesi e sottolineava il potenziale immobiliare dell’enclave. “La proprietà sul lungomare di Gaza potrebbe avere un valore enorme… È una situazione un po’ spiacevole ma, dal punto di vista di Israele, farei del mio meglio per far espellere le persone e ripulire la situazione”. L’idea della “fantastica Riviera” di Gaza era insomma nata.