“L’uccisione di Attanasio serviva alla Russia per mettere le mani sulle miniere del Congo”: la nuova pista seguita dai legali dei genitori
Serviva un casus belli per giustificare l’offensiva del gruppo armato M23 nella regione del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Un’offensiva che aveva lo scopo di rimettere le mani su miniere contese per decenni e ricche di terre rare utili alla costruzione anche di armi ipersoniche. E alla regia di questo piano che ha come atto iniziale il triplice omicidio dell’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, del carabiniere di scorta, Vittorio Iacovacci, e dell’autista del Programma Alimentare Mondiale (Pam), Mustapha Milambo, c’era la Russia. È questa la teoria al centro delle indagini svolte da un team investigativo che ha collaborato con la famiglia del diplomatico e con i suoi legali e che Ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare.
La ricostruzione, che va ad aggiungersi alle tante circolate sull’imboscata che il 22 febbraio 2021 ha portato alla morte dei due italiani e del cittadino congolese, emerge nei giorni a ridosso del quinto anniversario della morte e trova sostegno in due testimonianze anonime raccolte dalla squadra investigativa di parte, una delle quali già anticipata a metà novembre, quando gli avvocati degli Attanasio avevano depositato in Procura a Roma il racconto della prima fonte, poi rivelatasi uno dei guardaparco (ICCN) presenti sul luogo dell’omicidio. In quel caso, l’uomo raccontò che il movente del triplice omicidio doveva essere cercato più a Nord del villaggio di Kibumba, dove è avvenuta l’imboscata: territorio di Rutshuru, a circa 70-80 chilometri dal luogo dove il convoglio del Pam era diretto e dove si trova anche la miniera strategica di Lueshe, ricca di niobio, un minerale resistente a temperature estreme tanto da essere fondamentale per la costruzione di armi supersoniche e ipersoniche.
La miniera di Lueshe e l’appetito russo
Fin qui la versione del testimone Astrid, questo il nome di fantasia utilizzato, rimaneva generica, lacunosa e non supportata da evidenze. A sostenerla, ed è questa l’ultima novità raccolta dai legali dei genitori di Attanasio, è un’altra testimonianza, quella attribuita al rappresentante speciale estone alle Nazioni Unite, Sven Jürgenson. È lui, testimone indiretto non presente sul luogo dell’agguato, che avrebbe raccolto le confidenze di alcuni membri del gruppo di lavoro delle Nazioni Unite incaricato di produrre un rapporto sull’agguato che hanno parlato di minacce e pressioni ricevute da Russia e Rwanda, quest’ultimo considerato vicinissimo al gruppo armato M23.
Jürgenson sostiene che il gruppo di lavoro dell’Onu ha svolto le indagini in maniera scrupolosa fin dalle prime ore successive all’accaduto, ma che questo ha portato, contrariamente a quanto ci si aspettava, a rapporti scarni, incoerenti e omissivi che, alla fine, ammettono di non essere in grado di identificare i responsabili dell’agguato. Una conclusione, assicura la fonte, che cozza con le numerose informazioni realmente raccolte dal team e mai diventate oggetto di indagine giudiziaria: una ricostruzione più completa della scena, nuovi documenti, fotografie, testimonianze di ufficiali dell’intelligence e detenuti, testimoni e funzionari. Tutti nuovi particolari che il team investigativo sta acquisendo.
Perché proprio Lueshe? Il team investigativo ha trovato una risposta nella ricostruzione cronologica dei fatti. Quella miniera, come detto ricca di niobio, dal 1980 è stata amministrata da una joint venture tedesco-americana chiamata Somikivu. Un controllo durato formalmente fino al 1999, quando il governo congolese decise di espropriarla in seguito alla guerra civile del vicinissimo Rwanda. Nel 2000 tornò nelle mani di un gruppo austriaco nel quale operavano ex membri di Somikivu, ma questo decise di abbandonare la miniera definitivamente nel 2004. Negli anni successivi la sede estrattiva fu oggetto di guerre tra gruppi rivali per il suo controllo, fino al 2007, quando entra in gioco la Midural Inc, della società metallurgica russa Rosspetssplav, che negli anni riuscì a far sì che il niobio estratto a Lueshe venisse esportato proprio nella Federazione. Fino al 2016, quando ne perse definitivamente il controllo.
Gli appetiti russi sulla miniera, secondo il team investigativo, non sono però mai cessati e sono tornati prepotenti proprio agli inizi del 2021, tanto che è in quei giorni di inizio anno che si registrano i primi attacchi del gruppo M23 che poi culmineranno nell’offensiva di novembre 2021. Manca esattamente un anno all’invasione russa dell’Ucraina e il niobio rappresenta un materiale fondamentale per la produzione di missili supersonici e ipersonici. Così serviva, sostengono, una scintilla che facesse divampare un nuovo incendio nel martoriato Nord Kivu. E quella scintilla poteva essere l’uccisione di un ambasciatore occidentale che avrebbe scatenato nuove tensioni locali, permettendo al gruppo M23, vicino al Rwanda, di dare inizio alla propria avanzata nei territori dove si trova, tra le altre cose, anche la miniera di Lueshe. Una miniera ambita non solo da Mosca, dato che proprio nel febbraio 2022 la Ximei Resources, con sede a Hong Kong, aveva avviato colloqui per riprendere le operazioni estrattive. Nel dicembre 2022 i miliziani del M23 hanno poi compiuto un massacro a Kishishe che alcuni funzionari congolesi hanno motivato con un nuovo tentativo di prendere il controllo della miniera.
Le operazioni del M23, secondo gli investigatori, fanno parte di una campagna di pressione informativa e operativa del Rwanda per giustificare un’operazione militare con il pretesto dichiarato della protezione delle infrastrutture, delle minoranze rwandesi e delle frontiere. Poi con l’uso di spie e agenti infiltrati nelle istituzioni e nelle organizzazioni, gruppi terroristici affiliati, addestrati, diretti e armati, e dotati di supporto logistico, il Rwanda avrebbe tentato o realizzato provocazioni mirate. In questo contesto, secondo Jürgenson, l’imboscata al convoglio del Pam sul quale viaggiavano Attanasio, Iacovacci e Milambo è stata compiuta dal Movimento del 23 Marzo (M23), probabilmente infiltrato da un agente dell’intelligence russa e rwandese, con l’ambasciatore italiano come obiettivo designato.
Il rappresentante estone ha poi aggiunto alcune note di contesto alla sua testimonianza. L’area intorno a Lueshe, sostiene, vede da decenni il coinvolgimento di reti di criminalità organizzata russa legate all’intelligence militare, con piste di atterraggio clandestine, corridoi logistici e rotte terrestri utilizzate per il contrabbando di minerali e armi. L’area di confine avrebbe inoltre funzionato, almeno in fasi precedenti, come corridoio terrestre di esfiltrazione verso l’Uganda.
Il ruolo di Mario Scaramella
I punti da analizzare in maniera critica in questa nuova versione sono tanti. Ad esempio la conformazione territoriale intorno alla miniera di Lueshe, l’effettiva presenza russa dopo 10 anni dallo stop alle estrazioni, oppure il fatto che a fornire la testimonianza decisiva sia il rappresentante diplomatico di un Paese, l’Estonia, tra i più agguerriti avversari della Russia. Ma ce n’è anche un altro che, invece, riporta la mente a vecchi segreti italiani e non solo: mentre una delegazione di funzionari congolesi si è recata in Italia dal 4 al 14 febbraio per fornire ulteriore supporto alle indagini, quella italiana che ha svolto le indagini in Rdc era guidata da Mario Scaramella, già salito agli onori delle cronache in passato perché al centro di alcune delle vicende di spionaggio più controverse e ancora non chiarite, dal dossier Mitrochin fino all’avvelenamento al polonio dell’ex agente russo Aleksandr Litvinenko.
Un personaggio controverso, Scaramella, che avrebbe svolto attività di docenza universitaria in Italia e in Colombia, ma il suo curriculum accademico appare fumoso e in passato spesso è stato contestato. Nei primi anni 2000 è stato segretario generale di un ente, l’Environmental Crime Prevention Programme (ECPP), ma è con la Commissione Mitrochin sulle ipotetiche attività illegali dei servizi sovietici in Italia che acquista notorietà: vi ottiene il ruolo di consulente, grazie a “stretti rapporti con importanti esuli russi”, in particolare l’ex ufficiale dei servizi russi Aleksandr Litvinenko. Le informazioni fornite – come il contatto di Romano Prodi con il Kgb – vengono poi messe in dubbio da altre fonti, compreso lo stesso Litvinenko.
Alla vigilia di Natale del 2006, Scaramella fu arrestato dalla Digos con l’accusa di traffico internazionale d’armi e violazione del segreto d’ufficio ed è poi stato scarcerato nel febbraio 2008 grazie a un patteggiamento a 4 anni di carcere. Secondo quanto emerso all’epoca, Scaramella aveva una rete di informatori che comprendeva poliziotti, agenti della polizia penitenziaria e due uomini della Cia, tra cui l’ex capocentro a Milano Robert Sheldon Lady, coinvolto anche nel sequestro dell’imam egiziano Abu Omar.
Ma l’affare più noto è quello che riguarda proprio l’ex-agente russo dell’FSB Aleksandr Litvinenko: il 1 novembre 2006 Scaramella lo incontra a pranzo a Londra. Poco dopo Litvinenko inizia a star male e muore per avvelenamento da polonio-210 due settimane dopo. Scaramella dichiarò poi di non aver mangiato nulla e di aver bevuto solamente acqua nel corso dell’incontro.
Una vita passata a combattere le influenze sovietiche e russe in giro per l’Europa, quella di Scaramella, fatta di pochi punti chiari e molti altri, invece, oscuri. Il triplice omicidio che ha coinvolto Attanasio, Iacovacci e Milambo, con nuove accuse a Mosca, è solo l’ultimo caso della sua carriera.