Altro che posto speciale: Trump affonda anche l’ultimo mito Usa
di John Torpey*
Quando iniziai l’università, ormai quasi mezzo secolo fa, mi fu assegnata la lettura di un libro intitolato La tradizione liberale in America [The Liberal Tradition in America] di un eminente studioso di nome Louis Hartz. Il libro era considerato allora un contributo fondamentale alla storia dell’“eccezionalismo americano”, l’idea secondo cui gli Stati Uniti occuperebbero un posto speciale nel destino dell’umanità e, in particolare, nella diffusione globale della libertà politica e religiosa. Secondo un influente padre pellegrino dei primi tempi, John Winthrop, l’America era una splendente “città posta sopra un monte. Gli occhi di tutti i popoli sono su di noi” [A city upon a hill. The eyes of all people are upon us].
Coerentemente con questa presunta e splendente unicità, molti storici “consensualisti” della metà del Novecento ritenevano che la storia degli Usa fosse caratterizzata da una sostanziale continuità e dall’assenza di conflitti ideologici. Per questo sostenevano che il fascismo non avrebbe mai potuto attecchire nella società statunitense. Questa convinzione è messa seriamente in crisi a causa delle recenti scelte dell’amministrazione Trump. Cosa penseranno gli storici del futuro dell’idea di eccezionalismo, ora che un gran numero di forze paramilitari con la divisa da Immigration and Customs Enforcement – i famigerati agenti dell’ICE – è stato schierato, senza una causa evidente, per assediare le città nel nome dell’America First?
Facciamo un passo indietro. È importante ricordare che già a partire dagli anni Sessanta, molti storici hanno messo in discussione l’idea di eccezionalismo, sostenendo che la nascita degli Usa sia stata segnata da espropriazioni, schiavitù e sfruttamento più che da un processo di equo “commercio e scambio” capace di condurre alla prosperità. Del resto, le guerre contro i nativi sono state un tratto distintivo delle vicende storiche degli Usa, centrali per l’autocomprensione del paese e ampiamente rappresentate nell’epopea del cinema western. Inoltre, schiavitù e razzismo – come sostenuto nel 1619 Project, l’iniziativa del New York Times che ha riproposto la storia americana a partire dall’arrivo dei primi schiavi africani nel 1619 – sarebbero iscritti nel dna culturale degli Usa. E non scordiamoci che già prima, negli anni trenta, lo scrittore Sinclair Lewis aveva contribuito a incrinare l’autocompiacimento nazionale con un romanzo che smontava l’idea che It Can’t Happen Here [il fascismo non può sorgere negli Usa]. Insomma la posizione di chi riteneva che gli Usa non fossero poi così eccezionali è ben rappresentato da lungo tempo.
L’ironia della situazione attuale però è che, mentre l’amministrazione Trump ha cercato di smentire la lettura “critica” del passato proposta in sedi ufficiali come le scuole e lo Smithsonian – la rete federali di musei e istituzioni culturali con sede a Washington – ha fatto anche del suo meglio per trasformare l’immagine degli Usa in quella di un paese in guerra contro i non-cittadini non-bianchi e, se necessario, contro i cittadini che protestano contro le politiche di detenzione degli immigrati. Un rapporto di Bloomberg, infatti, riferisce che l’ICE ha intrapreso una frenetica “campagna acquisti” dal valore di 45 miliardi di dollari, destinata a comprare magazzini da usare come centri di detenzione, alcuni dei quali con una capienza fino a 5.000 posti letto. I racconti dei maltrattamenti inflitti ai detenuti hanno incrinato l’immagine degli Stati Uniti come “città su un monte splendente”. Al suo posto si è affermata quella di un paese sempre più simile a un El Salvador carcerario su larga scala, rafforzando le critiche a Hartz e alla sua idea di eccezionalismo, ritenuta sempre più una costruzione mitica.
Va ricordato che, nei suoi due mandati presidenziali, Barack Obama ha deportato circa tre milioni di persone, più di qualsiasi altro presidente prima di lui. Tuttavia, la brutalità, la crudeltà e il disprezzo per la dignità umana che caratterizzano l’approccio dell’amministrazione in carica ne hanno in parte eroso il consenso. Ciononostante, circa la metà della popolazione continua a sostenere con convinzione l’obiettivo generale del controllo dell’immigrazione. Inoltre, vi sono pochi dubbi sul fatto che l’orientamento dell’amministrazione abbia incoraggiato molti immigrati ad auto-deportarsi o a rinunciare del tutto a spostarsi negli Usa. Tutto ciò ha contribuito a dare al paese la reputazione di luogo ostile agli immigrati.
Questa immagine poco attraente è problematica, perché, come molti paesi ricchi, gli Usa si trovano ad affrontare un calo dei tassi di fertilità e una crescente necessità di immigrati per colmare le carenze di manodopera in settori quali alberghi e ristorazione, edilizia, manutenzione del verde, sanità, assistenza agli anziani e in altri comparti dell’economia. Senza il lavoro a basso costo su cui le imprese hanno fatto affidamento negli ultimi anni, è probabile che emergano pressioni inflazionistiche legate alla scarsità di forza lavoro. Non è infatti un caso che il presidente Trump, sensibile a questi timori considerati i suoi rapporti con il mondo imprenditoriale, si sia subito affrettato a garantire che le politiche migratorie della sua amministrazione non comprometteranno il funzionamento delle attività economiche.
Va inoltre sottolineato che, nonostante gli sforzi per deportare un gran numero di stranieri con precedenti penali, Obama non ha trasformato l’ICE in una guardia pretoriana dell’amministrazione in carica, pesantemente armata e dotata di un potere intimidatorio di tipo paramilitare. Obama circoscrisse il controllo dell’immigrazione principalmente alle zone di confine, attribuendo il compito agli agenti competenti. Oggi, invece, gli arresti di immigrati avvengono ben lontano dal confine meridionale, in gran parte chiuso, soprattutto nelle città amministrate dai democratici.
La politica distintiva della seconda amministrazione Trump – la deportazione di massa di immigrati profilati su base razziale e ritenuti illegali – sembra dunque destinata a convincere qualsiasi osservatore imparziale che gli Stati Uniti siano un paese predatorio, animato da una mentalità di frontiera, suprematista bianca. La reazione negativa contro l’applicazione brutale delle norme sull’immigrazione sta rafforzando la consapevolezza da parte dell’amministrazione di avere poco tempo a disposizione per portare a compimento la propria agenda. Tuttavia si avverte anche un obiettivo velleitario di lungo periodo: riportare indietro l’orologio agli anni Cinquanta per quanto riguarda la composizione etnica della popolazione americana. Una composizione che è stata invece profondamente trasformata – seppure involontariamente – dalla legislazione sull’immigrazione del 1965.
In questo contesto, è facile immaginare che gli storici del futuro, e i cittadini statunitensi in generale, guarderanno con maggiore favore alle ricostruzioni critiche della storia degli Usa che l’amministrazione Trump sta cercando di cancellare. Quanto più l’amministrazione stringe la morsa contro gli immigrati irregolari e i loro sostenitori, tanto meno risulta credibile il suo tentativo di riabilitare le tradizioni intellettuali che hanno alimentato la visiona eccezionalista della storia degli Usa. E quanto più le sue politiche diventano autoritarie e pericolose, tanto più il presente finirà per dare corpo alla lettura critica della storia americana.
Siamo di fronte a un paradosso: nel tentativo di smentire la visione critica della storia degli Usa, l’amministrazione finisce per confermarla nei fatti. Dopo Trump, l’eccezionalismo americano apparirà una visione del tutto fuorviante e ingenua, certamente non il modo in cui egli vorrebbe essere ricordato.
* John Torpey è Presidential Professor di Sociologia e Storia e direttore del Ralph Bunche Institute for International Studies presso il Graduate Center della City University of New York