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La tentazione della purezza (o del perché la Chiesa guarda storto l’idraulico mentre la casa si allaga)

La Chiesa guarda con diffidenza gli strumenti 'imperfetti' del mondo moderno, dall'economia alla sicurezza, preferendo ideali puri alle soluzioni pratiche
La tentazione della purezza (o del perché la Chiesa guarda storto l’idraulico mentre la casa si allaga)
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C’è una costante, curiosa e spesso sottovalutata, nel modo in cui la Chiesa osserva il mondo moderno. Assomiglia un po’ a quella di una anziana nobildonna che guarda con sospetto gli attrezzi del giardiniere: troppo rumorosi, troppo sporchi, decisamente poco eleganti. È una diffidenza istintiva verso gli strumenti “moralmente imperfetti”, specialmente quando hanno il cattivo gusto di funzionare.

Non è ingenuità, per carità. Nasce dal timore legittimo che certi mezzi possano disumanizzarci. Tuttavia, questa nobile preoccupazione finisce spesso per trasformarsi in una ostinata rimozione della realtà. Il paradosso diventa lampante se osserviamo due ambiti che, pur sembrando distanti, condividono la stessa “volgarità” pratica: il portafoglio (sviluppo economico) e la spada (sicurezza internazionale).

Il Profitto: quella cosa sgradevole che funziona
Per lungo tempo, il pensiero sociale cattolico ha arricciato il naso di fronte alla ‘logica del profitto’. Una categoria ambigua, si diceva, difficile da conciliare con la nobiltà della gratuità e della solidarietà. Molto meglio la carità organizzata, più pulita e fotogenica. Ma la storia ha un vizio: è testarda!

L’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone in Cina o in India non è avvenuta grazie a un bonifico della carità internazionale, ma attraverso quel meccanismo imperfetto, talvolta spietato, ma terribilmente efficace che è il mercato. Gli aiuti sono un ottimo cerotto, ma è l’impresa che guarisce la gamba. Ignorare questo fatto non è superiorità morale; è un errore di diagnosi. Per costruire un ponte, dopotutto, serve un ingegnere competente, non un sacerdote con buone intenzioni.

La Deterrenza: la pace armata
Lo stesso copione va in scena sulla sicurezza. La Chiesa detesta la deterrenza nucleare o militare. E come darle torto? Si fonda sulla minaccia, concetto che stride con l’ideale evangelico. Ma, ahimè, il Novecento ci insegna che, in assenza di deterrenza, i vicini tendono a diventare aggressivi piuttosto che riconciliati. Come per il profitto, la deterrenza non è “buona” in senso catechistico, ma incanala i comportamenti negativi riducendone i danni. È uno strumento moralmente imperfetto ma efficace in un mondo che, sfortunatamente, non è ancora il Paradiso.

Il nodo gordiano: dagli incentivi allo “Stato Etico”
Ed è qui che arriviamo al cuore della faccenda, al passaggio logico che spesso sfugge tra un’omelia e l’altra. La Chiesa contesta, in fondo, l’uso degli incentivi — siano essi la brama di guadagno o la paura della sanzione. Vorrebbe che l’uomo agisse per pura “bontà d’animo”. Ma attenzione: se togliamo dal tavolo la convenienza (che è la leva con cui si governano gli uomini reali), non rimane molto per gestire la cosa pubblica. Se lo Stato non può appellarsi all’interesse del cittadino, dovrà appellarsi alla sua virtù. E se la virtù non sorge spontanea? Beh, lo Stato sarà costretto a imporla.

Rifiutando gli strumenti imperfetti della politica, si finisce inavvertitamente per desiderare uno Stato Etico. Uno Stato, cioè, che non si accontenta che i cittadini paghino le tasse e non si sparino addosso (obiettivi “laici” e limitati), ma che pretende di renderli “buoni”. Ma uno Stato che punisce, chessò, l’adulterio, o rende obbligatorio per legge visitare i malati, non è il Regno di Dio in terra, bensì un incubo burocratico e totalitario.

Lo Stato ha il dovere morale di essere autonomo e di perseguire obiettivi diversi dalla Chiesa: tra questi, lo sviluppo economico e la pace sociale (intesa pragmaticamente come assenza di conflitto violento). Certo, questa non è la “Pace di Cristo”. Ma se non si perseguono questi obiettivi minimi con gli strumenti tecnici adeguati — incentivi compresi — non si ottiene il Paradiso, bensì un inferno molto terreno fatto di miseria, violenza e arbitrio. Il mondo ha i suoi diritti e le sue leggi.

Il peccato di chi guarda dal balcone
Cosa si nasconde, dunque, dietro questa ritrosia a sporcarsi le mani con la realtà? Forse non un semplice errore di calcolo, ma qualcosa di più sottile. Diciamocelo: è piuttosto irritante vedere il “mondo” ottenere buoni frutti usando metodi “sbagliati”. Se gli incentivi funzionano dove la pura virtù arranca, la nostra patente di superiorità vacilla. E allora scatta la difesa d’ufficio: ci si rintana nella torre d’avorio, giudicando negativamente il mondo per non dover ammettere che ha ragione. Si preferisce, insomma, avere torto con i principi nobili che ragione con quelli volgari.

Gesù contestava proprio questo uso della norma come scudo etico: la vanità di sentirsi a posto lasciando ad altri il compito ingrato di gestire le conseguenze del male del mondo. È molto comodo predicare il disarmo unilaterale o l’economia del dono, mentre qualcun altro — un Churchill, un Roosevelt, o un oscuro funzionario del Tesoro — si assume la responsabilità tragica di scegliere non tra il bene e il male, ma tra mali diversi, per evitare che il mondo crolli.

Conclusione: Un invito alla realtà
Questa, si badi bene, non è una critica anticlericale. È un appello che nasce dalla logica stessa dell’Incarnazione. Dio è entrato nella storia, non l’ha aggirata schifato. La Chiesa è insostituibile quando indica il fine ultimo e ci ricorda che l’uomo non vive di solo pane. Ma farebbe un servizio migliore a se stessa e al mondo se riconoscesse che, lungo il cammino polveroso della storia, gli strumenti astrattamente ‘imperfetti’, a-morali, non sono necessariamente peccaminosi. Talvolta sono l’unico modo per arginare il caos.

Riconoscerlo non significa rinunciare all’ideale. Significa solo smettere di guardare il mondo dal balcone, e riconoscere la responsabilità propria dei governanti.

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