“Competenze ignorate nei bandi di concorso”: la protesta dei collaboratori esterni del ministero della Cultura
I collaboratori esterni a partita Iva che hanno lavorato per il ministero della Cultura tra il 2021 e il 2024, riuniti nel Coordinamento Nazionale dei professionisti del ministero, hanno scritto al ministro Alessandro Giuli. Li preoccupano i requisiti richiesti dai bandi di concorso emanati. Per molti non ci sarebbe spazio. Almeno 500 professionisti – archeologi, architetti, storici dell’arte e restauratori, bibliotecari e archivisti, ingegneri, assistenti tecnici ed esperti in gare e appalti, oltre a specialisti in comunicazione – chiedono che nel reclutamento del personale si tenga conto delle competenze e dell’esperienza maturata sul campo, per garantire la tutela, la conservazione, la valorizzazione e la fruizione del patrimonio culturale nazionale.
Le competenze
“L’azione di tutela richiede un contributo altamente specialistico e interdisciplinare, necessario a risolvere le complessità della messa in sicurezza e conservazione dei beni culturali”, scrive il Coordinamento, aggiungendo che “il tema delle competenze è oggi discusso anche all’interno degli ordini professionali e delle associazioni di categoria, impegnati nella costruzione di specifici percorsi di formazione e certificazione, che si aggiungono a quelli delle Scuole di Specializzazione e dei Corsi di Dottorato di Ricerca”. Il nodo centrale è costituito proprio dalle competenze, maturate attraverso percorsi di formazione e molteplici esperienze sul campo. L’obiettivo, dichiarato da tempo, è vedere valorizzato il servizio svolto, riconoscendo l’alta formazione e le relative tutele contrattuali, con l’intento di superare il precariato all’interno del MiC.
Le richieste del Coordinamento si inseriscono in un dibattito più ampio sulla valorizzazione delle competenze e sulla qualità del lavoro nel settore dei beni culturali. “Assegnare attività specialistiche a personale non idoneo, sia per mancanza o inadeguato curriculum vitae et studiorum, sia per modalità di selezione incongrue nei concorsi di accesso al ruolo, comporta il decadimento dell’eccellenza internazionalmente riconosciuta all’Italia, oltre al danno occupazionale per i professionisti competenti e il potenziale rischio per la sicurezza di persone e cose”, spiega il Coordinamento nella lettera. Secondo i professionisti, le politiche del MiC mostrano evidenti criticità, come dimostra la circolare di novembre 2025, emanata e ritirata nel giro di poche ore, che riduceva alla sola laurea i titoli di accesso alle posizioni di Funzionario tecnico, escludendo la storica obbligatorietà di possedere anche il titolo di specializzazione o un dottorato di ricerca.
Analogamente, recenti bandi per il reclutamento del personale sollevano perplessità. Si parte dal “Concorso pubblico per n. 1.800 unità di personale a tempo pieno e indeterminato da inquadrare nell’Area assistenti dei ruoli del ministero della Cultura”, per il quale si richiede solo il diploma di scuola secondaria di II grado. Segue il “Concorso pubblico per n. 577 unità, di cui 100 architetti, 300 bibliotecari, 167 archivisti e 10 archeologi nell’Area funzionari dei ruoli del Ministero della Cultura – famiglia professionale tecnico-specialistica per la tutela e valorizzazione del patrimonio culturale”, che esclude la possibilità di far valere le competenze maturate sul campo e seleziona unicamente tramite test a risposta multipla e colloquio.
“Non condividiamo le attuali modalità di selezione del personale ministeriale, volte inspiegabilmente ad abbassare il livello di istruzione e preselezionare i candidati sulla base di test a risposta multipla, senza nemmeno una valutazione dei titoli e delle esperienze maturate negli anni”, prosegue il Coordinamento. “Rimaniamo convinti che le professionalità formate con percorsi universitari e postuniversitari specifici e di alto livello, unite a una conoscenza operativa maturata sul campo, come richiesto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, siano da valorizzare e da considerare destinatarie dei bandi di selezione pubblica per gli organi di tutela”.
Le testimonianze
Ilfattoquotidiano.it ha raccolto le testimonianze di alcune delle professionalità impegnate nel tentativo di riconoscimento. “Ho curato nelle sedi di Metaponto, Policoro e Matera un’équipe interdisciplinare per il progetto di mostra europea ‘Il racconto della Bellezza. Tesori della Basilicata antica’. Le sedi espositive? Tra il 2023 e il 2024 gli Istituti Italiani di Cultura di Amburgo, Budapest, Varsavia, Atene e il Museo dell’Acropoli”, racconta Addolorata Preite, archeologa, con Diploma di Laurea in Lettere e Specializzazione in Archeologia Preistorica e Protostorica. Libera professionista da 28 anni.
“Mi sono occupata degli arredi lignei seicenteschi dello Scurolo nel Duomo di Torino, smontati durante l’incendio della cappella della Sindone”, dice Francesca Nucera, 50 anni, laureata in Conservazione dei beni culturali, specializzata in Beni Storici e Artistici, assegnista di ricerca in storia dell’arte e poi storico dell’arte presso il Laboratorio di Diagnostica per i Beni Culturali di Spoleto.
“Ho restaurato intonaci e pitture a fresco in uno degli ambienti della Domus Aurea neroniana, oltre a beni e manufatti conservati nei Musei Vaticani”, spiega Eliana Costa, 52 anni, restauratrice con Laurea Magistrale in Conservazione dei Beni Culturali, seconda laurea in Tecnologie per la conservazione e il restauro dei Beni Culturali e Master di II livello in Ricerca su nanomateriali e nanotecnologie per i Beni Culturali.
La protesta
Nel gennaio 2025, NIdiL, CGIL e UILTemp Nazionali avevano organizzato un presidio dei collaboratori di fronte al ministero della Cultura. “È inaccettabile che professionisti su cui lo Stato ha investito vengano abbandonati, lasciando scoperti ruoli fondamentali per la salvaguardia dei nostri beni culturali”, aveva detto Roberta Turi della segreteria nazionale di NIdiL CGIL. “Chiediamo al ministro della Cultura, Alessandro Giuli, di mantenere gli impegni presi e garantire la continuità lavorativa a queste risorse preziose”. È trascorso un anno e nulla è cambiato. I collaboratori attendono ancora. Per chi lavora con professionalità e competenza nei Beni Culturali, la pazienza è necessaria, ma si tratta di un esercizio che non può essere protratto all’infinito.