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Bernini e i Barberini, a Roma la mostra che celebra un genio e la sua libertà artistica

La mostra di Roma ci lascia un dato di fatto, Bernini non ha aspettato che il tempo gli desse ragione. Ha accelerato, creandolo
Bernini e i Barberini, a Roma la mostra che celebra un genio e la sua libertà artistica
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Quando Gian Lorenzo Bernini ha poco più di vent’anni, a Roma c’è già un problema imbarazzante. Il figlio sta diventando più interessante del padre mentre il padre è ancora in piena attività.
Pietro Bernini è uno scultore affermato, lavora per famiglie importanti, conosce cantieri e committenti, ha una reputazione costruita nel tempo. Il figlio cresce nella sua bottega e all’inizio tutto sembra seguire una traiettoria ordinata. Poi, senza rumore, la gerarchia si incrina. Nelle opere realizzate insieme l’attenzione si sposta, grazie all’effetto visivo. Le figure più tese, le superfici meno rassicuranti, i corpi sembrano irrequieti. Il marmo di Gianlorenzo si comporta in modo diverso e attira lo sguardo.

È così che Bernini smette di essere “quello giovane” e diventa l’unico. Non tanto perché infrange le regole, ma perché le attraversa, mentre gli altri le stanno ancora applicando.

In quegli anni Maffeo Barberini osserva Roma con attenzione. Non è ancora papa, ma è già una figura centrale nella politica e nella cultura della città. Frequenta artisti, segue i cantieri, colleziona opere. Quando incontra Bernini non vede un talento acerbo, ma qualcuno che sta spostando equilibri. Cominciano così commissioni e protezione. Gianlorenzo, da parte sua, impara in fretta una strategia fondamentale, compiacere i papi.

Con Urbano VIII diventa sistematica. Decine di opere, grandi e piccole, sculture e pitture, contribuiscono a costruire l’immagine del pontefice e del suo potere. Bernini non lavora solo per un committente, lavora per un’idea di autorità.

La Roma restituita dall’esposizione di Palazzo Barberini è fatta di statue che cambiano collocazione, di marmi pensati per giardini, cappelle, palazzi privati. Nulla nasce per essere isolato. Tutto nasce per essere visto e questo Bernini lo capisce subito. Le sue figure non chiedono contemplazione ma attenzione. Sembrano reagire alla presenza di chi guarda.

Questa libertà artistica si sente anche nella vita privata e a un certo punto esplode. La relazione con Costanza Bonarelli, una donna sposata, finisce in modo violento. Bernini ne ordina lo sfregio al volto e poco dopo tenta di ucciderne il fratello. È uno scandalo grave, pubblico, che in altri casi avrebbe segnato la fine di una carriera, come sa bene il Caravaggio.

Bernini viene fermato e processato, ma non squassato. Urbano VIII ovviamente interviene, riduce le conseguenze, trasforma una colpa potenzialmente capitale in una penitenza controllata. Il perdono è la misura del potere che l’artista ha ormai accumulato negli anni.

Quando il percorso arriva a San Pietro, la scala cambia ma il metodo resta lo stesso. Disegni, modelli e studi mostrano un lavoro continuo, fatto di tentativi e correzioni. Il Baldacchino nasce così, sotto una protezione totale che consente di rischiare e rifare.

I ritratti chiudono il percorso della mostra. Urbano VIII cambia volto e posa, diventa immagine costruita. Poi appare Costanza Bonarelli, senza idealizzazione. Sapendo cosa è accaduto, quel marmo pesa più di qualsiasi celebrazione.

Alla fine, la mostra di Roma ci lascia un dato di fatto, Bernini non ha aspettato che il tempo gli desse ragione. Ha accelerato, creandolo.

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