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Iran, i tre scenari possibili per un attacco Usa contro il regime degli ayatollah e qual è il vero obiettivo di Trump

La motivazione del presidente statunitense non è tanto quella di un cambio di regime, quanto completare ciò che ha iniziato nei mesi scorsi, mentre per Israele cambia la linea rossa: non è più il programma nucleare di Teheran, ma la sua capacità missilistica
Iran, i tre scenari possibili per un attacco Usa contro il regime degli ayatollah e qual è il vero obiettivo di Trump
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Mentre in Iran proseguono le proteste contro il regime, arrivate ormai al quarantaquattresimo giorno consecutivo, ad almeno 3.600 morti e circa 50.000 arresti, le prospettive di un attacco militare americano, con o senza la partecipazione di Israele, si rafforzano.

Secondo quanto riferisce il Jerusalem post, proprio Tel Aviv avrebbe completato i lavori preparatori per nuovi possibili raid in Iran, che secondo fonti citate dal quotidiano, potrebbero a loro volta avere luogo indipendentemente dal consenso e dalla partecipazione statunitense.

Per Israele, rispetto ad alcuni mesi fa, la linea rossa non è più il programma nucleare ma quello missilistico: programma che per Teheran, di riflesso, dopo aver annunciato di essere disposta a diluire il proprio uranio altamente arricchito in cambio della rimozione delle sanzioni, non sembra essere un elemento negoziabile. L’ideale, per Tel Aviv, a prescindere dal destino del regime iraniano, dal suo possibile rafforzamento o dalla sua possibile fine, sarebbe azzerare le infrastrutture militari sciite, come fatto in Siria a margine della caduta di Bashar Al Assad.

Per gli Stati Uniti di Trump, lungi dal concepire come prioritario l’obiettivo di restaurare forme di democrazia in Iran, la questione è da un lato muscolare e dall’altro strategica: gli strikes dello scorso giugno, al di là della dimensione scenografica, hanno prodotto risultati limitati, rispetto all’obiettivo di distruggere il programma nucleare: 400 kg di uranio arricchito al 90% – sufficienti a costruire nove ordigni nucleari – sono stati spostati dalle autorità militari iraniane, mantenendo quindi il loro “potere” negoziale.

Considerando la logica transazionale adottata da Trump, l’importanza attribuita alle dimostrazioni di forza, nonché la necessità di mostrarsi orientato a mantenere le promesse in vista delle elezioni di Midterm, è ragionevole credere che un’operazione militare statunitense abbia come obiettivo primario quello di completare il lavoro iniziato a giugno, più che innescare un regime change. Quest’ultimo obiettivo richiederebbe mesi di conflitto, anche nel caso in cui si scelga di evitare azioni simili a quelle condotte in Venezuela, procedendo quindi ad assassinii mirati – e non ad “esfiltrazioni” – di leader iraniani e alla distruzione delle infrastrutture e centri di comando militare.

Fare con Khamenei ciò che si è fatto con Maduro risulta di difficile attuazione: sia per la maggiore protezione di cui gode la Guida Suprema, sia perché richiederebbe l’invio di elicotteri dalla base di Al Udeid in Qatar, che però – a differenza delle distanze coperte per arrivare a Caracas – dista quasi mille km da Teheran, ponendo la ineludibile necessità di rifornimenti in volo all’interno dello spazio aereo iraniano. Ciò rievocherebbe peraltro il clamoroso fallimento dell’operazione Eagle claw del 1980, volta al salvataggio dei diplomatici americani presi in ostaggio dagli studenti iraniani.

Tuttavia, potrebbe paradossalmente anche essere un elemento in grado di chiamare in causa la citata dimensione “muscolare”, cioè la possibilità che Trump voglia dimostrare di riuscire – assumendosi rischi più o meno grandi, perché la possibilità di insuccesso nel “rapire” Khamenei o altri leader è altissima – dove sui predecessori hanno fallito.

Quel che appare certa è la mobilitazione di un grande quantitativo di mezzi navali americani, con l’avvicinamento della USS Abraham Lincoln e il possibile coinvolgimento delle basi americane nella regione, da cui possono partire tra gli altri i bombardieri B2 e B52, oltre agli F15. Nel caso dei primi, tuttavia, una loro partenza dalla base di Al Udeid in Qatar potrebbe essere impedita dai missili iraniani, cosa molto più difficile nel caso in cui invece decollino dal territorio della Diego Garcia, in aperto Oceano indiano. Un altro motivo per cui i bombardieri potrebbero partire da qui è che le bombe bunker busters che trasportano, come la GBU-57, devono essere lanciate da altitudini molto elevate, per dare modo al loro sistema di modificare in volo la propria traiettoria. Queste altitudini possono essere raggiunte solo partendo da migliaia di km di distanza dalle coste iraniane, e quindi non dalle basi dei paesi del Golfo come Kuwait, Bahrein o Qatar.

Qualunque operazione basata sul massiccio impiego di bombardieri, stealth ed F15 – che a differenza dei B52 e dei B2 spirit, che colpirebbero infrastrutture nucleari e militari, si concentrerebbero su obiettivi mobili, come le semoventi difese anti aeree iraniane – richiederebbe una attenta programmazione di rifornimenti in volo, con l’utilizzo quindi dei Boeing KC-46A Pegasus e Boeing KC-135 Stratotanker.

I primi minuti di un attacco americano potrebbero vedere l’utilizzo dei cacciatorpedinieri a largo delle coste iraniane, da cui partirebbero missili cruise e tomahawk, che eviterebbero i radar volando a bassa quota, seguiti poi dagli stessi F15 contro le abbondanti e sofisticate difese iraniane, essenzialmente S300 e Bavar 373.

Negli ultimi mesi l’Iran avrebbe accumulato ulteriori armamenti, provenienti da Cina e Russia, ed ha più volte avvertito i Paesi della regione – i quali hanno infatti già manifestato contrarietà all’operazione – che se dovessero partecipare all’attacco americano, fornendo il proprio spazio aereo o le proprie basi, potrebbero subire le rappresaglie trasversali di Teheran. Rappresaglie che potrebbero non limitarsi ad obiettivi sul loro territorio, o su Israele stessa, ma anche ai temibili “attacchi a sciame” della Marina militare dei Guardiani della Rivoluzione nello stretto di Hormuz, dove ogni anno passa circa il 25% sia del gas liquefatto che del petrolio globale.

Barchini veloci, esplosivi e non, centinaia di droni di ogni dimensione e soprattutto mine subacquee potrebbero provocare danni considerevoli, sia al commercio globale che alla stessa Marina americana, saturandone le pur avanzate difese. È l’essenza della strategia asimmetrica iraniana, per colmare il gap tecnologico dal punto di vista degli armamenti convenzionali. L’affondamento di una nave americana, prendendone magari in ostaggio l’equipaggio, non sarebbe uno scenario così inverosimile, e costituirebbe peraltro il tipo di umiliazione che Trump non vorrebbe subire.

I corridoi d’ingresso in Iran, per gli americani, sarebbero essenzialmente tre. Il primo passerebbe dall’Europa stessa, attraverso i cieli della Georgia, dell’Armenia e dell’Azerbaijan (sui quali i velivoli statunitensi potrebbero volare senza esser visti). Il problema di questo percorso starebbe tuttavia nella vicinanza al territorio della Russia, che potrebbe intercettarli e condividere per tempo la loro posizione con Teheran. Il secondo è quello da ovest, già utilizzato lo scorso giugno, che passi quindi da Israele, la neutralizzata Siria e l’Iraq (che non ha strumenti per intercettare gli aerei stealth): ha il vantaggio di esser stato già testato ma anche lo svantaggio potenziale della sua prevedibilità.

Il terzo è quello, già citato, da Sud: partendo dalla Diego Garcia, i bombardieri americani avrebbero la strada più libera, avendo anche sufficiente tempo per guadagnare la quota funzionale al più efficace rilascio delle bunker busters, e salvaguardando – almeno sulla carta, perché un regime iraniano costretto all’angolo potrebbe comunque finire per rivalersi in modo trasversale su di essi – gli alleati del Golfo. Tuttavia, avrebbe bisogno di più lunghi e complessi tempi preparatori, anche perché coinvolgerebbe un numero molto maggiore di bombardieri.

Se l’attacco americano intendesse avere una funzione di game changer, orientata non solo alla distruzione del programma nucleare, o di quello missilistico, ma anche al forte indebolimento del regime, è ragionevole ipotizzare una combinazione delle ultime soluzioni, cioè un attacco da due direzioni – il mar Mediterraneo e l’Oceano Indiano -, eventualmente utilizzando anche la base aerea Muwaffaq Salti in Giordania, e quasi certamente con la partecipazione di Tel Aviv, la quale, una volta completata la prima ondata di strikes americani su centri di comando e difese iraniane, potrebbe replicare le operazioni condotte a fine 2024 in Siria, a prescindere da quali prospettive di un nuovo “governo amico” in Iran ci siano.

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