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Attacchi ai centri antiviolenza, falsi miti e propaganda: noto una preoccupante difesa del maschio

A quarant’anni dall’apertura dei primi centri per donne maltrattate, dobbiamo prendere atto che lo svelamento del fenomeno procede ancora controvento
Attacchi ai centri antiviolenza, falsi miti e propaganda: noto una preoccupante difesa del maschio
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C’è una notizia di cronaca giudiziaria che merita una riflessione. Un imprenditore di Marsala è stato condannato in primo grado a dieci mesi e dieci giorni di reclusione (pena sospesa) per lesioni aggravate nei confronti della ex moglie. Sarebbe uno dei moltissimi casi di violenza sanzionati dalla giustizia, se non fosse che quest’uomo è il presidente di un’associazione per uomini maltrattati. Non “maltrattanti”, “maltrattati”.

Mi preme ricordare che esistono precedenti di violenza che coinvolgono rappresentanti di sedicenti associazioni ispirate alle tesi misogine e mascoliniste degli MRA – Men’s Rights Activist – che rivendicano l’esistenza di un pregiudizio contro gli uomini.

A quarant’anni dall’apertura dei primi centri antiviolenza, che hanno denunciato la portata di un fenomeno che non conosce confini, dobbiamo prendere atto che lo svelamento dell’indicibile violenza maschile contro le donne procede ancora controvento. Le attiviste perseverano in direzione “ostinata e contraria”, per citare Fabrizio De André. Continuiamo infatti a misurarci con progetti politici portatori di back lash sui diritti delle donne (ultimo il ddl Bongiorno, che ha cancellato il consenso dalla riforma dell’art. 609 bis) e con strategie comunicative volte a negare discriminazioni.

Una narrazione che coincide con la difesa degli autori di violenza, i quali raramente ammettono le proprie responsabilità. Queste strategie comprendono la tesi delle false denunce e quella della simmetria della violenza nelle relazioni di intimità. Entrambe consistono in un attacco continuo ai centri antiviolenza. La propaganda sulle false denunce è martellante ed è finalizzata a condizionare l’opinione pubblica. Si nega che esista un’asimmetria di potere tra uomini e donne e che la violenza familiare, a dispetto di dati statistici acclarati a livello nazionale e internazionale, sia esercitata soprattutto dagli uomini.

Il fenomeno della violenza maschile, pertanto, sarebbe una mistificazione del movimento femminista e la conseguenza nefasta, della presunta quanto “naturale” propensione delle donne a mentire. Si tratta di pregiudizi che guidano scelte politiche e, purtroppo non di rado, anche alcune sentenze.

Faccio qualche esempio. Matteo Salvini, per silurare il ddl che modificava l’articolo 609 bis in materia di violenza sessuale, ha dato voce alle obiezioni che coralmente si sono levate contro il testo di legge. Si è riferito al fenomeno delle false denunce, paventando una pioggia di calunnie ai danni di uomini innocenti qualora il ddl sul consenso fosse stato approvato. Si tratta dello stesso politico che anni fa, invece di indignarsi, se la rise di gusto, quando gli portarono sul palco un sex toy identificato con l’allora Presidente della Camera, Laura Boldrini.

Il pregiudizio siede su seggi e scranni e trova nei media lo spazio per affermare la propria voce. Il 22 gennaio, Nicola Porro ha invitato Alessia Zuppicchiatti, fondatrice del brand Seveenty beauty, una linea per la skyncare e wellness a Quarta Repubblica. Lo ha fatto perché parlasse di cosmesi? No, di violenza familiare e di “figli sottratti”. L’ospite ha affermato, davanti ad un Porro che si fingeva stupito, che l’“80% dei codici rossi è falso”. La fonte? “Non si dice perché si viene attaccati, non ci sono fonti ufficiali, ma è così…”. Quindi non esistono dati ufficiali sulle false denunce, sono mere opinioni buttate a casaccio e ripetute ad libitum ma hanno credito. Così come un’imprenditrice di cosmesi sarebbe più autorevole sul tema di una giurista esperta di diritti umani.

È abbastanza chiaro che anche nei programmi televisivi si costruisca una narrazione distorta sul femminicidio e si perorino tesi negazioniste, sovrascrivendo costantemente l’analisi di un fenomeno che magistrate, giuriste, sociologhe, filosofe, docenti universitarie e centri antiviolenza portano avanti da trent’anni. Analisi ampiamente documentate da dati statistici, ricerche internazionali e dai report del GREVIO e della Special Rapporteur dell’Onu ecc ecc ecc.

A queste tesi negazioniste si affianca un nuovo cavallo di battaglia, volto alla neutralizzazione dei centri antiviolenza. Striscia la Notizia, nella puntata del 26 gennaio, ha mandato in onda un servizio che stigmatizzava il 1522 perché non accoglie uomini vittime di violenza. Questo a mio avviso può generare diffidenza e ostilità verso i luoghi che accolgono ogni giorno donne che scappano dalla violenza.

I luoghi delle donne sono stati fondati per contrastare un fenomeno sistemico e culturale che necessita di interventi specifici a tutela delle donne. Una scelta dettata dalla metodologia dei Centri antiviolenza assunta dalla Convenzione di Istanbul e dal Piano nazionale antiviolenza. Un femminicidio ogni tre giorni dovrebbe essere sufficiente a chiarire la radice di un fenomeno che, secondo le definizioni dell’Onu, “colpisce in maniera sproporzionata le donne”. È vero che anche gli uomini possono essere vittime di violenza da parte delle donne, ma non si tratta di un fenomeno sistemico. Inoltre va specificato che gli uomini sono vittime di violenza soprattutto per mano di altri uomini. Il 90% delle violenze sessuali subite dagli uomini sono commesse da altri uomini. Ergo, la violenza che colpisce gli uomini ha la stessa matrice di quella che colpisce le donne: mascolinità tossica, mito della violenza e della virilità, culto della sopraffazione.

E per la cronaca, le leggi intervengono a tutela di chiunque subisca violenza, qualora un uomo dovesse essere vittima di vessazione potrebbe rivolgersi al servizio sociale e agli psicologi del servizio pubblico. Ergo che per gli uomini non esistano risposte è palesemente mendace. È in corso una reazione ben orchestrata contro la denuncia del femminicidio. Quando tv, giornalisti, istituzioni e associazioni si riferiscono a uomini vittime di violenza in modo strumentale — ovvero per negare il femminicidio, per attaccare i centri antiviolenza o per diffondere dati a casaccio sulle false denunce — ci si dovrebbe chiedere: cui prodest?

Un’ultima riflessione: se uomini accusati di maltrattamento hanno l’arroganza di fondare associazioni per uomini maltrattati, è evidente che sono convinti, e non a torto, di poter contare su un largo credito sociale. E quando si propongono di combattere per i “diritti degli uomini” con processi sulle spalle, a quali “diritti” si riferiscono davvero? Allo ius corrigendi?

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