Class action contro i social network per tutelare i minori: prima udienza slitta di 3 mesi. Genitori: “Forte disagio e preoccupazione”
Parte con il freno a mano il processo contro i social network, nato dalla prima class action italiana, sostenuta dai genitori per tutelare i più giovani dai danni dell’algoritmo. La prima udienza, fissata per il 12 febbraio, è stata rinviata al 14 maggio dal Tribunale delle imprese di Milano. In una nota, esprimono “forte disagio e preoccupazione” le associazioni coinvolte nell’azione giudiziaria collettiva contro Facebook, Instagram e TikTok. Al ricorso hanno aderito il Moige (Movimento Italiano Genitori), Anfn (Associazione nazionale famiglie numerose), Age (Associazione italiana genitori), il Forum delle Associazioni Familiari. Il rinvio del dibattimento sarebbe dovuto alle difficoltà per le notifiche legali in Inghilterra. “Un’ulteriore dilazione nella tutela di migliaia di bambini e adolescenti italiani”, sottolineano le sigle.
Vietare i social ai minori di 16 anni: l’Europa accelera e l’Italia frena
Intanto, il Moige ha lanciato una raccolta firme sul suo sito, per chiedere a governo e Parlamento una legge sul divieto dei social per i minori di 16 anni. La proposta c’è, ma è congelata in Commissione al Senato da ottobre 2025. Palazzo Chigi ha imposto l’alt, malgrado il disegno di legge rechi come prima firma quella di Lavinia Mennuni, senatrice di Fratelli d’Italia. Intanto, l’obbligo di verifica dell’età è slittato anche per i siti pornografici.
Sul modello dell’Australia, primo Paese al mondo a vietare i social per gli adolescenti, in Europa il dibattito è aperto. A fine gennaio anche la Spagna ha annunciato la stretta, sulla scia di Francia, Portogallo, Danimarca, Grecia. La class action italiana è seguita con attenzione all’estero. Anche in Francia le associazioni delle famiglie hanno portato in tribunale, con un’azione collettiva, Meta e TikTok. Negli Stati Uniti ben 41 Stati hanno già unito le forze, nel 2023, per citare in giudizio Meta. Il colosso è stata portato in tribunale con l’accusa di aver “sfruttato tecnologie potenti e senza precedenti per attirare, coinvolgere e infine intrappolare giovani e adolescenti”.
Le 3 richieste della class action alle piattaforme social
In Italia, il ricorso è stato presentato a luglio, firmato dallo studio legale Ambrosio & Commodo e dal Moige (Movimento italiano genitori). “Questa non è solo una battaglia legale, è una battaglia di civiltà – sottolinea l’avvocato Stefano Commodo – Puntiamo a difendere i minori e i più fragili dal loro utilizzo eccessivo e a creare buona informazione sui rischi che derivano dall’abuso delle piattaforme”. Ma quali sono le richieste portate in tribunale? Le associazione dei genitori e della famiglie chiedono tre cose alle piattaforme. La prima: verificare l’età degli utenti, in concreto, perché il click sull’autodichiarazione ha fallito. Teoricamente bisogna avere 13 anni per aprire un profilo, ma non si contano i ragazzi d’età inferiore. La seconda: basta con le tecniche algoritmiche e digitali per indurre dipendenza nei più giovani, ad esempio lo “scrolling” senza limite. Infine obbligare Meta e TikTok ad informare l’utente sulla pericolosità del servizio per i minori. Secondo una stima dello studio legale Ambrosio & Commodo, i minori con almeno un profilo social sono 4,8 milioni: l’80 per cento di tutti i ragazzi al di sotto dei 18 anni. Gli avvocati torinesi sul loro sito citano il libro del sociologo Jonathan Haidt, intitolato “La generazione ansiosa, come i social hanno rovinato i nostri figli”. Il volume indica i danni fondamentali per l’infanzia: solitudine, privazione del sonno, difficoltà di concentrazione, dipendenza. Danni simili, secondo molti esperti, a quelli provocati da alcol, sigarette e stupefacenti.