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Trump smantella Usaid, ma anche da Ue e Stati membri meno fondi ai Paesi in via di sviluppo. Analisti: “Povertà in secondo piano”

Dalla Francia alla Germania, dalla Svizzera al Regno Unito, le decisioni appaiono univoche. In Italia il bilancio non ha subito modifiche drastiche, ma Roma sta reindirizzando le somme verso il contenimento dei flussi migratori. A Bruxelles la visione della Commissione suscita critiche dal Parlamento
Trump smantella Usaid, ma anche da Ue e Stati membri meno fondi ai Paesi in via di sviluppo. Analisti: “Povertà in secondo piano”
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Lo smantellamento da parte dell’amministrazione Trump del programma di aiuti Usaid ha avuto pesanti implicazioni sul terzo settore in tutto il mondo. Le ong, piccole e grandi, hanno visto ridursi i fondi a disposizione, con una conseguente ricalibrazione dei budget a disposizione e la soppressione di alcuni programmi di intervento a favore delle aree del mondo più svantaggiate. In questo scenario, l’Unione europea e i suoi Stati membri avrebbero potuto assumere un ruolo cardine nel sostegno dei programmi di aiuti umanitari nel mondo, rafforzando così il proprio soft power, ma così non è stato. Bruxelles e i governi nazionali stanno infatti riducendo i fondi destinati agli aiuti esteri, mentre aumenta le spese nel settore della difesa.

Guardando ai dati dei paesi con il più alto tasso di aiuti pubblici allo sviluppo, si assiste a una generale riduzione dei fondi. La Francia – quarto donatore mondiale – ha previsto un taglio del 35 percento degli aiuti pubblici allo sviluppo nel 2025. La Germania già nel 2024 ha ridotto la spesa principale per lo sviluppo a 11,2 miliardi di euro, circa il 7-8 percento in meno rispetto al 2023. Ulteriori tagli sono stati decisi per il 2025. Anche il Belgio ha tagliato i finanziamenti per la cooperazione allo sviluppo del 25 percento in cinque anni. Nel caso italiano, il bilancio non ha subito tagli drastici, ma Roma sta reindirizzando i fondi verso progetti che rispecchiano i suoi obiettivi geopolitici, principalmente il contenimento dei flussi migratori. A guidare la strategia italiana è il Piano Mattei, diventato modello di riferimento anche per le politiche europee.

Allargando lo sguardo al continente, pesa anche la decisione della Svizzera di ridurre di 110 milioni di franchi svizzeri il bilancio per gli aiuti esteri. Il paese elvetico prevede di chiudere o affidare ad altri operatori programmi di sviluppo in Albania, Bangladesh e Zambia entro il 2028. Il Regno Unito ha già ridotto i fondi per la cooperazione nel 2021, arrivando a investire lo 0,5 percento del PIL (in ribasso rispetto al precedente 0,7) e prevede di ridurlo allo 0,3 percento entro il 2027 per liberare miliardi per la difesa. A fine 2025, la Svezia ha annunciato un taglio di 10 miliardi di corone ai finanziamenti per lo sviluppo destinati a Mozambico, Zimbabwe, Liberia, Tanzania e Bolivia. Dieci programmi di cooperazione scaduti nel 2025, o prima, sono stati unicamente prorogate di sei mesi, fino al 30 giugno 2026.

La situazione non migliora guardando alle istituzioni europee. L’Ue ha annunciato un taglio di 2 miliardi di euro per lo Strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale (Ndici) per il periodo 2025-2027 e sta già valutando una riduzione del 35 percento del bilancio destinato agli aiuti allo sviluppo per il prossimo quadro finanziario pluriennale. A ciò si aggiunge anche un cambio di strategia importante. Nel 2021, la Commissione ha presentato il Global Gateway, un piano da 300 miliardi di euro pensato per finanziare infrastrutture in Africa, Asia e America Latina. Descritto come la risposta europea alla Belt and Road initiative cinese, il Global Gateway punta a creare “partnership reciprocamente vantaggiose” che rispondano alle esigenze di sviluppo dei paesi terzi ma che rafforzino allo stesso tempo l’autonomia strategica dell’Ue. I progetti spaziano dalla connettività internet in Africa, alle reti di energia rinnovabile che un giorno potrebbero rifornire l’Europa.

Come spiega Celia Cranfield, della confederazione Concord, “viene data più attenzione agli investimenti verso infrastrutture che supportano la sicurezza delle materie prime critiche, la transizione digitale ed energetica. Parliamo sempre di soft power, ma è strettamente legato all’hard power”. Siamo infatti di fronte a un passaggio dalla cooperazione alla competizione. Per Cranfield, la Commissione guidata da Ursula Von Der Leyen punta a rendere l’Europa più competitiva e a garantire l’accesso alle risorse, per questo l’assistenza sta abbandonando il suo approccio classico incentrato sulle persone per dare invece priorità agli interessi reciproci che legano i paesi partner e l’Europa. Questo approccio però viene accolto con un certo scetticismo da parte dei paesi terzi. “I grandi progetti infrastrutturali storicamente comportano rischi significativi per l’impatto ambientale, sui diritti umani e del lavoro, e così via. Quello che chiediamo è che la partecipazione della società civile nei paesi partner venga rafforzata”.

A preoccupare è anche la nuova gestione dei fondi europei. I finanziamenti che prima ricadevano nell’ambito del Programmi per promuovere lo sviluppo sostenibile, la pace e la democrazia a livello globale, (Ndici), sono stati uniti a quelli per l’assistenza preadesione e gli aiuti umanitari.

Questo approccio potrebbe generare tensioni tra le diverse aree politiche dell’Ue, in particolare a causa del passaggio dai pilastri tematici a quelli geografici. “Credo che ci sia il rischio che l’obiettivo di ridurre la povertà venga messa in secondo piano rispetto a considerazioni geopolitiche e di sicurezza”, avverte Anita Käppeli, direttrice di Policy Outreach Europe presso il Center for Global Development (CGD). Käppeli sottolinea che, eliminando le allocazioni tematiche, gli investimenti potrebbero orientarsi sempre più verso la competitività e altri interessi geopolitici.

Inoltre, i programmi pluriennali possono essere rivisti “se necessario” per garantirne l’efficace attuazione, qualora un certo grado di “urgenza” giustifichi tale flessibilità. Sorgono quindi legittimi interrogativi su come i paesi partner saranno coinvolti, non solo all’inizio, ma anche durante tutto il processo di attuazione e in eventuali revisioni successive. Come sottolinea Mariella Di Ciommo, Senior Policy Analyst dell’European Centre for Development Policy Management “la prevedibilità, storicamente uno dei vantaggi offerti dai finanziamenti dell’Ue, viene in qualche modo persa in questo contesto di adattabilità”.

La visione della Commissione, però, deve fare i conti con le critiche che arrivano dal Parlamento. Come si legge in un report dell’ottobre 2025, i parlamentari chiedono una maggiore inclusione della società civile, nonché delle autorità e delle comunità locali nelle decisioni riguardanti i programmi da attuare sul campo. Il Global Gateway è descritto come eccessivamente guidato dalla Commissione, centralizzato e dall’alto verso il basso, mentre la selezione dei progetti non è abbastanza trasparente. Per il Parlamento, è anche necessaria un maggiore coinvolgimento delle altre istituzioni europee per garantire “la coerenza delle politiche, la legittimità democratica, il monitoraggio, la valutazione dell’impatto e i risultati dei progetti, il sostegno politico e la responsabilità”.

Questo articolo è stato prodotto con la collaborazione di Federico Baccini nell’ambito delle reti tematiche di PULSE, un’iniziativa europea che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali.

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