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La storia del villaggio Neve Shalom, dove ebrei e palestinesi convivono pacificamente

“Fuori” le persone non usufruiscono della stessa formazione e gli episodi di razzismo ci sono. Ma il panorama non è del tutto oscuro
La storia del villaggio Neve Shalom, dove ebrei e palestinesi convivono pacificamente
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Esistono al mondo luoghi che possiamo considerare eliche centrifughe di pace, esperienze, esempi di valore universale che remano controcorrente nelle acque agitate della guerra. Il villaggio di Neve Shalom – Wahat Al-Salam (Oasi di pace, in ebraico e in arabo) fondato dal padre domenicano Bruno Hussar nel 1969, che si trova in Israele, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, appartiene a questa categoria.

Ne parlo con Giulia Ceccutti, autrice per In Dialogo di Respirare il futuro, il libro che racconta attraverso le testimonianze di chi ci vive e opera, il passato e il presente di questo esperimento, non abbastanza celebrato. Un gruppo di 75 case per oltre 350 abitanti, distribuiti equamente tra ebrei e palestinesi, con una scuola primaria frequentata da più di 200 bambini, che per tre quarti ogni giorno arrivano da varie località e comunità nei dintorni. Le età vanno dai 6 anni in su per le 6 classi che regolano la primaria in Israele. I contenuti didattici sono bilingui per ogni materia.

Non solo due lingue, ma anche il racconto storico viene visto dai diversi punti di origine. Il bilinguismo si cerca di svilupparlo anche a casa, in modo che questa chiave unitaria non rimanga relegata alle aule scolastiche. A questo punto è impossibile però non parlare con Giulia del dopo 7 ottobre 2023 e della guerra a Gaza: “Dopo il 7 ottobre nessuno ha lasciato, e dopo che la scuola è rimasta chiusa per due settimane come in tutto il Paese, hanno ripreso affrontando la fatica, il dolore e il lutto”. Non devono essere stati facili quei giorni e i due anni successivi, anche se alla fine ha prevalso l’energia di chi decide di rialzarsi, senza sfuggire alla tragedia in corso.

Questo non sarebbe stato possibile se ogni giorno le attività didattiche non fossero state affiancate dall’impegno della Scuola per la pace, un’attività educativa che coinvolge adulti, spesso ex allievi, in corsi/lavoro finalizzati a sviluppare cultura e idee per la pace.

Certo questa scuola non rappresenta la normalità: come si trovano gli studenti nel proseguire dopo la primaria, fuori da questa meravigliosa bolla? L’autrice non si tira indietro, e racconta che “fuori” le persone non usufruiscono della stessa formazione e gli episodi di razzismo si confondono con la non conoscenza del percorso fatto. Ma il panorama non è del tutto oscuro e questi studenti “potranno continuare anche in scuole superiori bilingui che seguono gli stessi principi e modelli educativi, sono per ora 8, in varie città, una è a Gerusalemme. Sono nate sul modello della scuola del Villaggio”.

Uno sforzo educativo tenuto vivo dalla fiamma di chi crede che ebrei, musulmani, cristiani di questi territori possano vivere assieme. Tutti i problemi della scuola poi si manifestano anche qui, mentre per quanto riguarda le ragazze non siamo certamente di fronte alle difficoltà che incontra Vivere con Lentezza con le famiglie delle bidonville di Jaipur, non ci sono barriere familiari alla scolarizzazione delle bambine.

C’è spazio anche per la democrazia dal basso, così gli allievi della primaria hanno eletto a novembre una loro piccola rappresentanza d’istituto. Non si tratta quindi della Summehill School, nata dal sogno libertario di Alexander Neill, che persone della mia età forse ricorderanno. E’ un esperimento che si svolge in un Paese da sempre in guerra, in cui la campanella della scuola spesso è sostituita dalle sirene di allarme, in cui però continua a pulsare da un piccolo villaggio una luce di speranza e di fiducia che lo rendono unico, vivo in una terra di visioni e divisioni.

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