L’ascesa dell’estrema destra in Occidente non è una sorpresa: la sinistra ci ha messo del suo
di Raffaele Galardi*
L’ascesa dell’estrema destra in Occidente nei primi anni Duemila non è una sorpresa. È una conseguenza. Non di una regia unica, ma di scelte politiche reiterate e di rinunce precise. Tra queste, un ruolo centrale spetta anche alla sinistra. Dopo l’11 settembre 2001 la paura diventa struttura. La sicurezza prende il posto della giustizia. L’emergenza diventa metodo. I diritti diventano negoziabili. La sinistra non rompe questo schema. Lo amministra. Lo giustifica. In alcuni casi lo raffina. In nome della responsabilità, accetta il linguaggio dell’eccezione.
Nel 2008 la crisi finanziaria segna una rottura netta. Il patto tra lavoro e dignità si spezza. Le disuguaglianze aumentano. La precarietà diventa normale. Qui la sinistra compie il suo errore più grave: non nomina il conflitto. Protegge la stabilità dei mercati più della sicurezza sociale. Difende vincoli presentandoli come necessità naturali. Si separa dal proprio popolo.
A questo si aggiunge la supponenza. L’idea di sapere meglio. Di educare invece di ascoltare. Il disagio viene letto come arretratezza culturale, non come esperienza materiale. Chi soffre e protesta viene corretto, non rappresentato. Il linguaggio si fa tecnico, morale, distante. La politica diventa pedagogia. Il risultato è l’estraneità.
Quando la sinistra smette di dare forma politica al conflitto sociale, il conflitto non scompare. Si sposta. Scende. Cerca un bersaglio visibile. Le migrazioni diventano il punto di condensazione. Non per ciò che sono, ma per ciò che permettono: evitare di parlare di redistribuzione, di potere, di responsabilità economica.
L’estrema destra occupa questo spazio lasciato vuoto. Non tocca i rapporti di forza reali. Non redistribuisce. Non corregge. Sposta il discorso. Dall’ingiustizia all’identità. Dalla disuguaglianza all’appartenenza. Chi è dentro. Chi è fuori. Chi ha diritto.
La convergenza internazionale avviene senza bisogno di coordinamento. I modelli funzionano. Si copiano. Linguaggio semplice. Nemici chiari. Leader centrali. Mediazioni ridotte. I social accelerano tutto. Premiano il conflitto. Puniscono la complessità. La sinistra, legata a un’idea razionale del discorso pubblico, arriva tardi. E parla male. L’obiettivo dell’estrema destra non è abolire la democrazia. È svuotarla. Lasciare il voto. Indebolire i contrappesi. Rendere i diritti variabili. Normalizzare l’autorità. La sinistra, nel frattempo, difende le procedure come se fossero sufficienti. Confondendo la forma con la sostanza.
L’estrema destra promette ordine. La sinistra promette gestione. Nessuna delle due parla più di giustizia. Ma l’ordine è più comprensibile della gestione. Più emotivo. Più diretto.
Simone Weil scriveva che l’ingiustizia dura quando chi potrebbe nominarla preferisce non farlo. L’ascesa dell’estrema destra nasce anche da questa rinuncia. Da una sinistra che ha smesso di guardare il potere e ha iniziato a guardare dall’alto chi ne subiva gli effetti. Finché questa frattura resterà aperta, la conseguenza resterà attiva. E non basterà indignarsi per fermarla.