Ogni tanto faccio il guardalinee nei campetti fuori porta. E mentre i miei figli giocano, serbo una speranza immortale
Una volta, quest’anno, mi sono pure stirato un adduttore. Mi sono spostato di colpo per schivare un contrasto. Ma ho tenuto duro fino al novantesimo. Guardalinee: una di quelle missioni che in ordine di ambizione è subito dopo quello del rappresentante di classe. Ti danno una bandierina, se hai un certo carisma ti fanno riempire le borraccette, se hai un titolo di studio porti la valigetta “medica”.
Scelgo sempre la fascia opposta a dove si trovano le panchine, lontano dagli allenatori deliranti su algoritmi e ipotenuse di gioco. Così mi ritrovo in questa terra di nessuno, appena al di qua dalla linea laterale, non dentro al campo, subito fuori, dando le spalle alla tribunetta, al manipolo irriducibile di genitori che danno più indicazioni dell’allenatore e santificazioni all’arbitro.
Una volta, sotto di 1 a 0 e lanciati in contropiede, la palla esce di un soffio, non esito e alzo la bandierina: è fuori. Dalla tribuna mi arriva un “Guardalinee onesto!”. Distopia.
Ma io non mi volto a parlare, a dare corda, sto lì, scorro lateralmente di qualche metro e poi torno, mi muovo appena, giusto per non farmi venire una tromboflebite. Sono 90 minuti di solitudine, in cui il metabolismo e lo stato cerebrale è ridotto al minimo, insomma mi adeguo al calcio. Poi ti abitui. Da questa striscia di terra osservo i giocatori, li sento ansimare, evocare l’Altissimo, posso capire molto dei loro genitori da come stanno in campo, cioè da come si comportano. E il calcio, come lo sport, sarebbe molto di più.
Eppure in questi campetti fuori porta arriva l’eco della serie A: la pomata per i capelli, l’affresco tatuato, il bacio alla maglietta che rinneghi a fine stagione. Qui al massimo c’è la morosa che si fa due palle così ma ti vuole bene anche se sei un brocco.
Io non esulto mai, roba da lussarsi una spalla. L’ultima volta è andata benino: tre ammoniti e due espulsi nella squadra avversaria (reazioni di rabbia che non ricordo dai tempi delle medie quando mi fregavano il panino). Da questa parte del campo, lontano e sicuro, ho visto le due panchine beccarsi, braccia sbracciarsi, allenatori augurarsi destinazioni impronunciabili.
Chiamo il “mio” capitano, gli dico che deve recarsi alla panchina e invitare alla calma quella marmaglia. Muove un passo in direzione della… quando dalla tribuna la voce imperativa del tifoso alpha emette un “Stai lì… stai lì”. Il mio principio pedagogico è morto all’istante, naufragato dall’ordine di tenere la posizione da terzino sinistro piuttosto che ergersi a spreco educativo.
In fondo sono solo un guardalinee, in un campetto di pongo e erba, con la speranza immortale: che dai figli arrivi una lezione agli adulti su come diventare grandi. (Sempre meglio alzare la bandierina che bandiera bianca).
