Italiani ricchi solo nelle statistiche: il record del 226% del Pil non protegge famiglie, redditi e risparmi
I numeri sulla ricchezza finanziaria delle famiglie italiane vengono periodicamente riesumati come prova che il Paese, in fondo, sta meglio di quanto si lamenti e che la narrazione della difficoltà economica sia più emotiva che reale.
È vero che la ricchezza finanziaria netta ha raggiunto livelli storicamente elevati e che nel 2024, in rapporto al Pil, si attesta al 226%, ponendo l’Italia ai vertici dell’Eurozona, ed è altrettanto vero che tra il 2019 e il 2024 il valore degli asset finanziari delle famiglie è cresciuto di oltre il 30% a prezzi correnti, superando l’inflazione cumulata dello stesso periodo.
Ma fermarsi a questa fotografia significa confondere un dato patrimoniale con una condizione di benessere diffuso. La ricchezza finanziaria è uno stock, non un flusso, e soprattutto non coincide con la capacità quotidiana delle famiglie di reggere l’urto dell’inflazione, degli shock energetici, dell’aumento dei tassi o della stagnazione dei redditi. Gran parte di quel patrimonio è concentrata in attività non liquide e di lungo periodo, immobili in primis, che hanno un valore teorico ma non producono cassa e non difendono dal caro vita nel breve termine.
Negli anni dell’inflazione più intensa, tra il 2022 e il 2023, la liquidità parcheggiata sui conti correnti è cresciuta molto meno dei prezzi ed è stata erosa in termini reali, con una perdita stimabile intorno al 5% del potere d’acquisto rispetto ai livelli del 2021, proprio perché i rendimenti erano prossimi allo zero mentre il costo della vita aumentava rapidamente.
Questo significa che, pur in presenza di una ricchezza complessiva in aumento, la parte più immediatamente utilizzabile del patrimonio si è indebolita. Il paradosso italiano sta tutto qui, un Paese ricco sulla carta ma fragile nella sostanza perché la ricchezza è poco liquida, mal distribuita e scarsamente protettiva. Avere una casa di proprietà o un patrimonio immobiliare non aiuta a pagare una bolletta raddoppiata né a compensare un salario fermo, così come un patrimonio finanziario concentrato in strumenti di lungo periodo non offre una risposta immediata agli shock.
Il confronto europeo, spesso sbandierato, andrebbe maneggiato con cautela perché Paesi con un patrimonio stock inferiore ma con redditi più dinamici e sistemi di welfare più efficaci risultano meno esposti sul piano sociale.
Dire che gli italiani sono ricchi rischia di diventare un alibi politico ed economico per ignorare il nodo vero, quello dei redditi, della produttività e della protezione del risparmio. La vera questione non è quanta ricchezza esista, ma quanto sia utilizzabile, difendibile e trasformabile in sicurezza economica reale. Finché non si distinguerà chiaramente tra patrimonio accumulato e benessere effettivo continueremo ad avere statistiche confortanti e famiglie che, legittimamente, non si sentono più ricche.