Turchia, Erdogan prende di mira gli oppositori politici, difensori del Rojava curdo: maxi retata con 96 arresti
La difesa del Rojava curdo-siriano ha provocato l’ennesimo giro di vite in Turchia. La “democratura” turca, sfruttando la recente offensiva – orchestrata dalla stessa Ankara- dell’esercito nazionale siriano contro l’Amministrazione Autonoma curda democratica del Nord-Est Siria, ha accelerato la marcia verso la meta prefissata da anni dal suo presidente Recep Tayyip Erdogan, il reìs: la dittatura. Questa settimana Ankara ne ha fornito due esempi eclatanti.
Il primo, in ordine temporale: la polizia ha arrestato 96 persone durante numerose retate effettuate in 22 province, prendendo di mira partiti politici, sindacati e organi di stampa. Il ministro degli Interni Ali Yerlikaya ha spiegato che le operazioni facevano parte di un’indagine sul Partito Comunista Marxista Leninista (MLKP), fuorilegge.
I raid hanno preso di mira anche il Partito Socialista degli Oppressi (ESP), la Federazione delle Associazioni Giovanili Socialiste (SGDF), i Consigli Socialisti delle Donne (SKM) e l’Unione Limter-İş. Gli agenti hanno quindi fatto irruzione anche nelle sedi dell’Agenzia di Stampa Etkin (ETHA), della Fondazione per la Ricerca scientifica, Istruzione, Estetica, Cultura e Arte (BEKSAV) e dell’Ufficio Legale degli Oppressi (EHB). Tra gli arrestati c’è l’ex parlamentare e co-presidente dell’ESP Murat Çepni e i giornalisti dell’ETHA Nadiye Gürbüz, Pınar Gayıp, Elif Bayburt, Müslüm Koyun e Züleyha Müldür, oltre ad ambientalisti e sindacalisti.
La Procura Generale di Istanbul ha dichiarato di aver emesso mandati di cattura per 110 persone, sostenendo che le organizzazioni prese di mira fanno parte della struttura del MLKP. L’indagine si basa su dichiarazioni di testimoni, materiali digitali di precedenti operazioni, rapporti del Financial Crimes Investigation Board (MASAK) e dati di riunioni online tenute su Google Meet.
Per entrare negli uffici delle organizzazioni, la polizia in assetto antisommossa ha sfondato le porte, confiscato tutte le attrezzature tecniche e imposto una limitazione di 24 ore all’accesso degli arrestati agli avvocati. “È perché abbiamo difeso il Rojava” ha denunciato Çiçek Otlu, parlamentare del Partito filo-curdo per l’Uguaglianza e la Democrazia Popolare (DEM) nonchè portavoce delle Assemblee Socialiste delle Donne (SKM). “Vogliamo uguaglianza e libertà in questo Paese. Vogliamo che i diritti del lavoro e la lotta per la libertà delle donne siano riconosciuti”, ha aggiunto la deputata della terza forza politica per numero di seggi.
A riprova, Otlu ha citato alcune dichiarazioni del ministro degli Esteri Hakan Fidan: il 30 gennaio aveva dichiarato ad Al Jazeera che circa 300 membri di gruppi di sinistra con base in Turchia operavano in aree controllate dalle Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda, ovvero la milizia-ombrello che difende il Rojava. “Il loro unico compito è cercare opportunità per attaccare i soldati e le forze di sicurezza turche”, aveva tuonato Fidan, ex capo dell’intelligence turca e fedelissimo di Erdogan.
Il secondo esempio riguarda Ekrem Imamoglu, in carcerazione preventivo dal marzo scorso. La procura di Istanbul ha presentato un nuovo atto di accusa contro il sindaco della città, figura di spicco del partito repubblicano di centro sinistra ( CHP), il più forte all’opposizione, rimosso dall’incarico nel marzo del 2025 dopo essere stato arrestato per corruzione. Secondo le nuove accuse, alcune persone vicine a Imamoglu avrebbero avuto accesso a dati personali di numerosi cittadini di Istanbul e avrebbero fornito questi dati a servizi segreti stranieri con lo scopo di manipolare i risultati delle elezioni municipali del 2019, che furono vinte da Imamoglu.
“Sulla base delle prove esistenti e della confessione, è stato stabilito che Ekrem Imamoglu, all’interno della catena gerarchica, ha ottenuto informazioni personali di cittadini sfruttando la propria influenza e le ha trasferite ad agenti dei servizi segreti stranieri”, ha dichiarato la procura di Istanbul, come riferito dalla tv di Stato Trt. “Il reato di ‘spionaggio politico’ è stato commesso con l’obiettivo di manipolare le elezioni locali del 2019, in particolare per garantire la vittoria del sospettato Ekrem Imamoglu”, si legge nell’atto d’accusa che chiede pene detentive dai 15 ai 20 per gli imputati.
Imamoglu dall’anno scorso è il candidato del CHP per le elezioni presidenziali del 2028 ed è considerato, sulla base dei sondaggi, pur non ufficiali, il principale rivale di Erdogan e probabile vincitore. Il suo arresto provocò settimane di proteste anti governative a Istanbul e in altre città turche. Mentre la prima udienza del principale caso in cui è imputato è in programma per marzo, nei mesi scorsi la procura di Istanbul ha presentato un atto d’accusa che chiede oltre 2.500 anni di reclusione per 26 reati.