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Sette agenti della Penitenziaria condannati per tortura per le violenze nel carcere di Torino

Il procedimento riguardava episodi che, secondo l’accusa, si sarebbero verificati tra il 2017 e il 2019 nel padiglione C dell’istituto, area destinata ai detenuti ristretti per reati di natura sessuale Risarcimenti provvisionali per 40mila euro, motivazioni attese il 7 maggio
Sette agenti della Penitenziaria condannati per tortura per le violenze nel carcere di Torino
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Si è concluso con otto condanne il processo di primo grado a carico di alcuni agenti della Polizia penitenziaria per le presunte violenze avvenute nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, denominato Le Vallette. Sette imputati sono stati condannati per il reato di tortura, uno per rivelazione di atti d’ufficio. Sei imputati sono stati invece prosciolti, tra prescrizioni e formule di non aver commesso il fatto. Il procedimento riguardava episodi che, secondo l’accusa, si sarebbero verificati tra il 2017 e il 2019 nel padiglione C dell’istituto, area destinata ai detenuti ristretti per reati di natura sessuale. Le pene inflitte vanno da un minimo di due anni e otto mesi a un massimo di tre anni e quattro mesi di reclusione.

Il processo

Il sostituto procuratore Francesco Pelosi aveva chiesto quattordici condanne, con pene fino a sei anni di carcere. A vario titolo, gli imputati erano chiamati a rispondere dei reati di tortura, abuso di autorità, lesioni, violenza privata, stato di incapacità procurato mediante violenza, favoreggiamento, omessa denuncia e rivelazione di segreti d’ufficio. Il Tribunale ha inoltre stabilito che alcuni imputati, insieme al ministero della Giustizia, dovranno risarcire le presunte vittime, l’associazione Antigone e il garante comunale, regionale e nazionale delle persone private della libertà personale. Le somme definitive saranno quantificate in un successivo giudizio civile, ma sono stati disposti risarcimenti provvisionali immediatamente esecutivi per un totale di 40mila euro.

L’indagine

L’inchiesta era partita dalle segnalazioni dell’allora garante dei detenuti del Comune di Torino, Monica Gallo. Secondo l’accusa, sarebbero almeno undici le persone che avrebbero subito violenze e torture. Nel corso del processo, gli imputati, tramite i loro avvocati – tra cui Beatrice Rinaudo, Antonio Genovese, Enrico Calabrese e Antonio Mencobello – hanno sempre respinto le accuse. “Ci riserviamo di leggere le motivazioni ma è una sentenza nella quale, in punta di diritto, la fattispecie di tortura non ci sembra integrata”, ha commentato l’avvocato Antonio Genovese. Le motivazioni della sentenza sono attese per il 7 maggio.

Antigone

“Antigone, venuta a conoscenza nell’ottobre 2019 di una indagine in corso presso la Procura del Tribunale di Torino, aveva presentato un proprio esposto, costituendosi poi parte civile nel processo che era scaturito dalle indagini effettuate” sottolinea l’avvocato Simona Filippi, responsabile del contenzioso di Antigone. “Si è trattato di un processo molto lungo e faticoso, come lo sono sempre quelli per tortura, che devono fare i conti con difficoltà enormi per l’accertamento dei fatti, che avvengono in luoghi chiusi come le carceri, spesso in ambienti isolati, con pochi testimoni e con un clima di omertà che non sempre è facile scalfire”, spiega ancora l’avvocato Filippi.

Durante il processo erano emerse alcune condotte. In particolare una vittima era stata condotta in una stanza e colpita violentemente con schiaffi al volto e al collo e pugni sulla schiena. Poi costretto ad alta voce ad insultarsi e messo faccia al muro per circa 40 minuti, mentre a loro volta gli agenti lo insultavano. “Si tratta della seconda sentenza di questo genere che arriva in pochi giorni, dopo quella decisa dal Tribunale di Firenze – sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – come già detto in quel caso, non siamo felici di fronte a queste condanne, perché in carcere non dovrebbe esserci posto per episodi di sopraffazione. Abbiamo però voluto con forza il delitto di tortura, perché crediamo che questo serva in particolar modo alle forze dell’ordine, per riconoscere e isolare chi abusa del proprio ruolo e della divisa che indossa, delegittimando una categoria di operatori che giorno dopo giorno, nonostante le difficoltà e le politiche governative, che scaricano su di loro approcci penal-populistici, provano a restituire alla pena il suo senso costituzionale”.

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