Referendum, cambia il quesito: la Cassazione dà ragione alle 500mila firme. E si riapre la partita sulla data del voto
Cambia il quesito del referendum sulla riforma Nordio. L’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione ha riformulato il testo già ammesso a novembre sulla base della richiesta dei parlamentari, accogliendo la versione proposta dai 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare, partita sotto Natale e che in appena 25 giorni ha raggiunto e superato le 500mila sottoscrizioni richieste. I due quesiti differiscono per un aspetto: l’indicazione degli articoli della Costituzione – ben sette – modificati della riforma. Secondo la tesi dei giuristi, accolta dalla Cassazione, quell’indicazione è obbligatoria in base alla legge 352 del 1970 sul referendum.
L’articolo 16, infatti, stabilisce che per le leggi di revisione costituzionale – cioè per le modifiche della Carta – il quesito deve essere il seguente: “Approvate il testo della legge di revisione dell’articolo… (o degli articoli…) della Costituzione, concernente… (o concernenti…), approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero… del… ?”. La proposta dei parlamentari, invece, seguiva il modello previsto per le leggi costituzionali, cioè quelle che, pur avendo lo stesso valore della Carta, non ne modificano il testo. E quindi non citava gli articoli oggetto di riforma: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?”
La decisione riapre la partita sulla data del voto, già fissata dal governo per il 22 e 23 marzo. La situazione, infatti, è completamente inedita dal punto di vista costituzionale: è dubbio se l’esecutivo possa limitarsi a modificare il quesito, tenendo ferma la delibera già adottata in relazione alla data, oppure se debba convocare di nuovo le urne. In questo caso, in base alla Carta, servirebbe un anticipo compreso tra i cinquanta e i settanta giorni, pertanto non si potrebbe votare prima di aprile. Qualche indicazione si potrebbe trovare nell’ordinanza dell’Ufficio centrale, che dev’essere ancora depositata.
I promotori della raccolta avevano fatto ricorso al Tar contro la decisione dell’esecutivo di convocare le urne – sfruttando la richiesta dei parlamentari – prima che fossero trascorsi tre mesi dalla pubblicazione della legge, il termine, cioè, entro cui è possibile depositare le firme. I giudici amministrativi però hanno dato loro torto, sostenendo che, una volta ammessa la richiesta dei parlamentari, venisse meno “ogni interesse a tutelare eventuali ulteriori proposte referendarie”.