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Legge sull’antisemitismo? In Italia gli strumenti ci sono già. O l’intento è bloccare le proteste?

Un obbrobrio giuridico, che cancellerebbe il diritto costituzionale di manifestare. Ora che in commissione Affari costituzionali del Senato è stato votato il testo base, conviene farsi una domanda
Legge sull’antisemitismo? In Italia gli strumenti ci sono già. O l’intento è bloccare le proteste?
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Ora che in commissione Affari costituzionali del Senato è stato votato il testo base per una legge sull’antisemitismo, conviene chiedersi con franchezza se l’obiettivo è il contrasto dell’odio antisemita oppure il desiderio di bloccare la crescente contestazione delle politiche attuate dal governo Netanyahu.

Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump, per stroncare le manifestazioni filopalestinesi nei campus, è arrivata a ricattare finanziariamente alcune delle più celebri università americane, costringendole persino a cambiare i programmi nel settore mediorientale.

In Italia, se l’intento fosse di combattere quell’antisemitismo che riemerge periodicamente dalle fogne della storia occidentale, gli strumenti ci sono già. Dal 1993 è in vigore la legge Mancino che punisce con la reclusione i gruppi che incitano alla discriminazione e alla violenza “per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. La legge è chiarissima.

Il testo ora in discussione al Senato, concentrandosi unicamente sull’antisemitismo, contiene invece aspetti preoccupanti. Il primo consiste nell’adozione della definizione di antisemitismo decisa dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (Ihra). Un testo contraddistinto da affermazioni di tipo manipolatorio. E’ impeccabile il paragrafo dove si dice che l’antisemitismo “è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.

Altre affermazioni contenute nel testo dell’Ihra sono invece faziose. Si prenda la frase: “Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”. Che cosa significa? A cosa può portare una tale arbitrarietà di interpretazioni se non fornire lo “scudo dell’antisemitismo” alle gravi responsabilità dell’attuale leadership israeliana?

Gli esempi di faziosità nell’uso del termine di antisemitismo sono numerosi. Nell’anno 2019 il New York Times pubblicò nella sua edizione internazionale una vignetta del satirico portoghese Antonio Moreira Antunes che raffigurava l’allora presidente Trump (primo mandato) che si lasciava portare da un cane guida per ciechi con i tratti del premier israeliano Netanyahu.

Il disegno, che sarebbe stato considerato in qualsiasi parte del mondo un semplice esempio di satira politica, fu attaccato aggressivamente negli Usa come antisemita, una tipizzazione dell’ebreo ingannatore. Il New York Times fu costretto a scusarsi e rescisse il contratto con l’agenzia Cartoon Arts International.

Con queste premesse il documento dell’Ihra è inaccettabile. Tanto più che il disegno di legge in esame al Senato prevede all’articolo 3 la possibilità di vietare una manifestazione dinanzi al “rischio potenziale” che siano utilizzati “simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita” secondo la definizione dell’Ihra. Un obbrobrio giuridico, che cancellerebbe il diritto costituzionale di manifestare in base a eventi ipotetici e comunque elevando il gesto di singoli a misura della manifestazione nel suo complesso.

La realtà è che oggi non si può prescindere dalla svolta avvenuta in Israele. Nei due anni della guerra di Gaza il governo israeliano, l’esercito, la massa elettorale filogovernativa hanno inaugurato consapevolmente una linea politica macchiatasi di crimini di guerra e contro l’umanità. A Gaza è stata compiuta una “carneficina” (dixit il segretario di Stato vaticano cardinale Parolin), la più macabra di questo inizio XXI secolo. Usando inoltre fame e blocco di carburanti per prostrare oltre i limiti la popolazione civile. Il neonato gazawi di 27 giorni, morto di freddo nel nuovo anno, ne è il simbolo.

Oltre 70mila cadaveri sono il trofeo di una “vittoria” che ha sconvolto per la sua scientifica brutalità milioni di persone animate per decenni da legami di simpatia, affetto, amicizia, ammirazione culturale per la generazione Exodus, che finalmente aveva ripristinato il “focolare ebraico” nelle antiche terre.

Al culmine di questa catastrofe morale, che gli esponenti ebraici più sensibili hanno battezzato “suicidio di Israele”, il premier Netanyahu – sostenuto da due pronunciamenti del parlamento – ha proclamato ufficialmente che non ci sarà mai uno Stato palestinese, stracciando così gli accordi di Oslo e il patto fondativo internazionale del 1948 che prevedeva due “focolari”: uno per gli ebrei e uno per i palestinesi. Nella terra in cui sono nati, i palestinesi non avranno quindi diritto all’autodeterminazione: per loro lo Stato oppressore prevede unicamente o la sottomissione o l’espulsione.

Nel frattempo proseguono in Cisgiordania da due anni le azioni di terrorismo e aggressione contro palestinesi e beduini ad opera delle squadracce di coloni israeliani. In sistematici pogrom anti-arabi i pronipoti dei perseguitati nell’Europa dell’Ottocento e Novecento hanno già portato alla morte oltre mille persone: quasi quanto le vittime israeliane del barbaro attacco di Hamas del 7 ottobre.

Che il grande associazionismo ebraico in Occidente volga la testa dall’altra parte è sconcertante. Non c’è da meravigliarsi allora se orrore, rabbia e indignazione percorrano le manifestazioni in tante città dell’Occidente.

La via d’uscita? Una pace disarmata e disarmante, direbbe Leone XIV. La nascita di uno Stato palestinese in coesistenza e cooperazione con lo Stato israeliano. Ma servirebbe un governo Meloni e una maggioranza Ue con il coraggio di agire.

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