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Sequestro associazione antiviolenza a Reggio Calabria, nelle carte la storia del finto rapimento della “psicologa cognitiva e comportamentale”

L'indagata esercitava abusivamente la professione "non già in maniera puramente occasionale, - scrive il gip - bensì in via assidua e continuativa, arricchendosi ai danni delle povere vittime già seriamente provate dagli abusi subiti”.
Sequestro associazione antiviolenza a Reggio Calabria, nelle carte la storia del finto rapimento della “psicologa cognitiva e comportamentale”
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Tiziana Iaria ha potuto svolgere abusivamente la professione di psicologa e psicoterapeuta proprio servendosi del Centro Antiviolenza Margherita di cui ella è presidente”. È quanto scrive il gip Cristina Foti nel provvedimento di sequestro eseguito nei giorni scorsi su richiesta del procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli, dell’aggiunto Stefano Musolino e del sostituto Flavia Modica. La storia è quella dell’associazione “Odv Centro Antiviolenza Margherita”, sequestrata dalla polizia di stato a quasi due anni dal finto rapimento della sua titolare, Tiziana Iaria, indagata adesso per false informazioni al pubblico ministero, simulazione di reato, calunnia ed esercizio abusivo della professione di psicologa.

Il 22 marzo 2024, infatti, Iaria ha denunciato che il giorno prima è stata rapita da una donna e due uomini. È da qui che la squadra mobile di Reggio Calabria è partita per ricostruire cosa avveniva all’interno dell’associazione che si occupava di donne vittime di violenza. La mattina precedente alla denuncia “ho attraversato la strada per proseguire sempre sulla via dei Correttori – è il racconto di Iaria agli investigatori – e proprio, dopo avere attraversato la strada, venivo chiamata da una signora con i capelli neri corti, che mi appellava signorina, che in vernacolo mi proferiva una frase del tipo ‘mi putiti iutari?’ (mi potete aiutare, ndr). La signora aveva in braccio un bambino che credo avesse circa poco più di un anno e mi ha chiesto di aiutarla a sistemare quel bambino su una sorta di seggiolino rialzato privo di spalliera che era ubicato sul sedile posteriore di una autovettura di colore scuro molto grande che credo fosse una station wagon. Ricordo, dopo aver aperto lo sportello posteriore destro, di aver messo un mio ginocchio sul sedile in modo da poter sistemare il bambino sul sediolino. A questo punto ricordo solamente di aver accusato un forte dolore al capo nella parte sinistra della nuca e di aver sentito un odore forte come se fosse ammoniaca, odore che mi era sembrato di percepire anche sui vestiti del bambino. Da quel momento non ricordo più nulla”.

Stando alle sue dichiarazioni, inoltre, Iaria si sarebbe ritrovata “in una stanza al buio, seduta su una sedia di legno con i braccioli”. Una stanza, chiusa chiave, dove c’era “un forte odore”: “Sentivo la voce di due individui di sesso maschile che discutevano fra di loro. Solo quando è stata aperta la porta della stanza in cui mi trovavo riuscivo a veder qualcosa in quanto è entrata la luce artificiale di un neon e in questa circostanza notavo che nell’ambiente in cui mi trovavo vi erano presente i mobili che poco prima avevo percepito al tatto. Ricordo che vedevo due persone e una di queste mi diceva di uscire dalla stanza sollecitandomi a salire in un furgoncino credo di colore bianco. Specifico che queste due persone erano due uomini, tutti e due avevano delle tute col cappuccio. Entrambi questi due uomini salivano nel furgoncino con me, loro erano seduti avanti io, invece, ero seduta nel sedile posteriore e preciso che non ero legata”. Quando il furgone si è fermato, “uno dei due uomini scendendo dal mezzo e aprendo lo sportello posteriore, mi porgeva un bicchierino con dentro una sostanza liquida e mi invitava e berla, ma stante che io mi rifiutavo di farlo, lo stesso mi colpiva con un pugno allo stomaco e mi ripeteva bruscamente di bere per cui io l’ho assecondato ingerendo la sostanza. Dopo che ho bevuto questo liquido l’uomo risaliva a bordo del mezzo e ripartivamo. Ricordo che nei pressi di casa mia il furgoncino si fermava nuovamente ed io venivo spinta fuori dal mezzo”.

Per gli investigatori era tutto inventato: “Le indagini – si legge nel provvedimento di sequestro non portavano ad alcun esito ed, anzi, smentivano radicalmente la versione fornita dalla denunciante”. Le telecamere di videosorveglianza presenti nella zona, infatti, hanno immortalato un percorso della Iaria che “si discostava nettamente da quanto riferito” dalla stessa che aveva dichiarato di essere uscita dal Centro antiviolenza “per recarsi presso lo studio dell’avvocato (dell’associazione, ndr) sito nelle immediate vicinanze”. “Eppure – scrive il gip – la stessa veniva notata percorrere un tragitto decisamente più lungo, nel corso del quale non solo non incontrava alcuno di sospetto, ma pure faceva acquisiti per poi entrare all’interno della Villa Comunale intorno alle 9.40”. Qualcosa non torna nemmeno per quanto riguarda il suo presunto rilascio da parte dei rapitori: “Le immagini dimostravano come Tiziana Iaria fosse giunta in via Vittorio Emanuele III a mezzo del pullman Atam, proveniente da Gambarie d’Aspromonte ove la stessa dispone di un immobile”.

È da lì, utilizzando il suo cellulare, che Iaria si sarebbe collegata su Facebook e, nella notte del finto rapimento, avrebbe inviato un messaggio al marito sostenendo di essere uno dei sequestratori e che presto sarebbe stata liberata. Interrogata di nuovo in questura, dopo aver confermato la prima versione agli investigatori, quando questi ultimi le hanno fatto vedere le fotografie che smontavano il suo racconto, Tiziana Iaria non si è scomposta: “lo non mi ricordo assolutamente di aver percorso il tragitto che mi state facendo vedere. – sono state le sue parole – Confermo quanto vi ho finora riferito”. Iscritta nel registro degli indagati, l’inchiesta ha fatto luce sulle altre anomalie dell’associazione. A partire dalla professione di psicologa che l’indagata esercitava senza essere iscritta all’albo, prescrivendo farmaci e facendosi pagare.
Una testimone, che in passato ha lavorato per l’associazione, ha dichiarato: “Seppur non era iscritta all’albo degli psicologi, teneva nel suo studio delle sedute con dei pazienti a cui si presentava come psicologa e a cui rilasciava a fine colloquio delle ricevute che però non venivano mai caricate come fatture. Quando talvolta i suoi clienti, che spesso erano vittime di maltrattamenti e violenze, si recavano dagli assistenti sociali e menzionavano la Iaria come loro psicologa di fiducia, lei ai servizi sociali, per non avere problemi, specificava che non era psicologa ma sentiva quelle persone nell’ambito di uno sportello di ascolto”.

La squadra mobile ha trovato anche i versamenti che l’indagata riceveva sui suoi conti correnti “a titolo di corrispettivo per le prestazioni rese in qualità di psicologa”. Dall’analisi del suo cellulare, inoltre, “si riscontrava un’immagine ritraente un timbro sul quale erano indicati i dati e i recapiti di Tiziana Iaria, qualificatesi come ‘psicologa cognitiva e comportamentale’”. Nel fascicolo dell’inchiesta sono finiti pure gli atti di un procedimento giudiziario relativo alla nomina di un amministratore di sostegno a favore di una signora dei cui beni Tiziana Iaria risulta “amministratrice di fatto senza alcuna nomina”. “Le indagini hanno permesso di accertare – scrive il gip nel decreto sequestro – anche una gestione torbida dei beni patrimoniali riferibili alla Iaria e al Centro Margherita”. A proposito dell’esercizio abusivo della professione di psicologa, invece, secondo i magistrati “grazie al Centro da lei diretto, – si legge nel provvedimento – l’indagata è riuscita a perpetrare il reato e, in particolare, ad aggravarne il disvalore per averlo compiuto non già in maniera puramente occasionale, bensì in via assidua e continuativa, arricchendosi ai danni delle povere vittime già seriamente provate dagli abusi subiti”. Il sequestro dell’associazione antiviolenza, quindi, si è reso “necessario e indispensabile” perché “appare altamente probabile che l’indagata persista nel reato servendosi del Centro”. Nelle sue conclusioni, il gip sottolinea la “spregiudicatezza e serialità della condotta posta in essere dall’indagata” che “non solo si è arricchita percependo appositi compensi per l’attività svolta, ma soprattutto si è anche spinta a prescrivere farmaci alle pazienti, senza curarsi affatto delle gravi conseguenze alle quali le avrebbe esposte, essendo priva di qualsiasi tipo di abilitazione”.

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