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Caso Epstein, logica intimidatoria nella desecretazione dei documenti: così si proteggono i carnefici e non le vittime

Per anni, influenza politica schiacciante e disponibilità economiche pressoché illimitate dei personaggi addentro al “sistema Epstein” hanno ostacolato il lavoro di indagine degli inquirenti
Caso Epstein, logica intimidatoria nella desecretazione dei documenti: così si proteggono i carnefici e non le vittime
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di Giacomo Gabellini

Il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato venerdì scorso oltre tre milioni di documenti relativi al finanziere Jeffrey Epstein, più di un mese dopo la scadenza prevista per la divulgazione ai sensi dell’Epstein Files Transparency Act, firmato dal presidente Trump il 19 novembre 2025.

Questi documenti si riferiscono a testimonianze, affidavit, e-mail, registri di volo, accordi sottobanco che coinvolgono in attività spesso criminali figure di altissimo livello della politica, della finanza, dell’economia, dello spettacolo e della scienza dell’interno mondo occidentale. Da Bill Clinton a Ehud Barak, dal principe Andrea a Peter Thiel, da Elon Musk a Mark Zuckerberg, da Bill Gates a Noam Chomsky, da Harvey Weinstein a Leon Black. Anche Donald Trump compare con una certa ricorrenza.

Il procuratore generale aggiunto Todd Blanche ha specificato che il provvedimento di divulgazione non è stato applicato alle immagini che mostravano “morte, abusi fisici o ferite”. Segno che all’interno degli appartamenti di Epstein si portavano avanti con sistematicità atti di violenza che andavano oltre l’abuso sessuale a danno di minori.

Il frammentario ma densissimo mosaico che combina una serie interminabile di atti processuali delinea i contorni di un sistema di potere ben strutturato fondato sul ricatto, i cui artefici vanno con ogni probabilità ricercati anche al di fuori dei confini statunitensi.

Per anni, influenza politica schiacciante e disponibilità economiche pressoché illimitate dei personaggi addentro al “sistema Epstein” hanno ostacolato il lavoro di indagine degli inquirenti. Con il risultato che ogni nuova pubblicazione riaccende interrogativi su chi sapeva ma ha taciuto, o su chi avrebbe dovuto intervenire e non l’ha fatto. Nonché sulle modalità assunte dall’intervento degli inquirenti.

Piuttosto eloquente sul punto risulta il filone d’inchiesta riguardante le denunce presentate alle autorità competenti da Maria Farmer, artista che lavorava per Epstein negli anni ‘90 la cui sorella Annie era stata abusata sia da Epstein che dalla sua compagna Ghislane Maxwell. La Farmer aveva riferito all’Fbi che Epstein aveva sottratto fotografie raffiguranti le due sorelle senza veli e organizzava molto spesso feste in piscina a cui partecipavano ragazzine in età giovanissima, ma le sue dichiarazioni non avevano prodotto alcun risultato.

“Dov’è il resto del fascicolo dell’Fbi di Maria Farmer? Dove sono i registri delle denunce che così tante altre donne hanno presentato all’Fbi? In che modo l’Fbi ha indagato su quelle denunce? E perché il Dipartimento di Giustizia nasconde i nomi dei colpevoli mentre espone quelli delle vittime?”, hanno domandato gli avvocati della Farmer.

Arick Fudali, rappresentante legale di undici vittime di Epstein, ha qualificato il rilascio degli oltre tre milioni di documenti come “una tempesta perfetta di incompetenza e copertura attiva” da parte dell’amministrazione Trump. “È davvero sconcertante, perché stanno trattenendo documenti che non dovrebbero trattenere. Allo stesso tempo, stanno mostrando documenti che non dovrebbero mostrare perché contengono i nomi non coperti da omissis delle vittime sopravvissute“.

La desecretazione attuata dal Dipartimento di Giustizia segue quindi una logica intimidatoria, perché rivela apertamente l’identità di quanti hanno la possibilità, con le loro testimonianze, di inchiodare i rispettivi “carnefici”.

È questo il senso delle aspre critiche rivolte verso la metà del dicembre scorso dai rappresentanti repubblicani Ro Khanna e Thomas Massie, che in qualità di co-promotori dell’Epstein Files Transparency Act ne avevano ripetutamente denunciato la violazione da parte delle autorità preposte. Non solo per quanto concerne il mancato rispetto dei limiti temporali, ma anche e soprattutto in materia di tutela delle vittime. Khanna, in particolare, aveva trascinato apertamente sul banco degli imputati l’ufficio della procuratrice generale Pam Bondi, accusandolo di tenere deliberatamente nascosti milioni di documenti.

La presa di posizione di Khanna rispecchia le opinioni di parte importante della popolazione. Un sondaggio condotto dalla Cnn attestava che due terzi dei cittadini statunitensi riteneva che il governo federale stesse intenzionalmente nascondendo alcune informazioni cruciali sul caso Epstein, mentre solo il 16% credeva che il governo stesse impegnandosi a fondo per divulgare quante più informazioni possibili. Quasi 9 democratici su 10 e il 72% degli indipendenti sostenevano che il governo stesse deliberatamente occultando informazioni, così come il 42% dei repubblicani.

“Sembra che, in alcuni casi, [i funzionari del Dipartimento di Giustizia, nda] passino più tempo a proteggere le persone che hanno commesso questi crimini che i sopravvissuti”, ha dichiarato Khanna riguardo all’ultima tranche di documenti pubblicati.

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