Dopo Jerome Powell, tocca a Lisa Cook: perché, per rimuoverla, Trump si gioca molto
Nel disegno di iper-presidenzializzazione degli Stati Uniti, un ruolo significativo è giocato dall’art. 2 della Costituzione: “Del potere esecutivo sarà investito un Presidente degli Stati Uniti d’America”. Diversamente da quanto accade in altri Paesi, come da noi, quello che chiameremmo il governo non ha una natura collegiale, ma è tutto in una sola persona. Il Presidente, da solo, è tutto il potere esecutivo. Una lettura che estremizza questa scelta costituzionale è stata adottata, nel passato, per giustificare espansioni del ruolo presidenziale, ed oggi torna per la strategia predatoria di Trump. Anche la pretesa di adottare direttamente i famosi dazi, senza passare per il canale parlamentare imposto dalla Costituzione, risponde alla logica di intestarsi tutto il potere esecutivo, rigettando ogni interferenza.
Su quanto questo sia possibile per i dazi, ci dirà preso la Corte suprema. E la stessa Corte dovrà occuparsi anche di un’altra scomposta rivendicazione iper-presidenzialista, che si pone nel delicato crinale del rapporto tra il Presidente e l’istituzione la cui indipendenza è stata più generalmente difesa negli ultimi decenni, più di quanto non sia stata difesa l’autonomia del Parlamento. Si tratta della Federal Reserve – per intenderci, potremmo dire: della Banca centrale.
Che l’indipendenza dell’istituzione investita di garantire la stabilità dei mercati attraverso la politica dei prezzi vada difesa ad ogni costo è stato uno dei mantra degli ultimi decenni. Tesi, beninteso, non necessariamente condivisibile in ogni sua parte e in ogni sua conseguenza, ma questa è un’altra storia. Sta di fatto, che lo statuto di ogni Banca centrale che si rispetti è costruito intorno alla garanzia della sua indipendenza, a partire dalle procedure di scelta dei suoi componenti.
Negli Stati Uniti, l’organo di governo della Federal Reserve è composto da 7 membri, in carica per 14 anni, nominati dal Presidente con il consenso del Senato. E il Presidente, col consenso del Senato, nomina, tra di loro, anche un Presidente, con un mandato di 4 anni, ma rinnovabile. Qualche giorno fa, Trump ha nominato il nuovo presidente, Kevin Warsh, naturalmente di simpatie repubblicane. Con doppio sollievo per il tycoon della Casa Bianca: i mercati sembrano aver reagito bene, e Trump si è liberato di Jerome Powell, che era presidente dal 2018 e che ora lascia il Board, con cui i contrasti erano stati numerosi.
Fin qui, tutto fisiologico. Ma Trump ha un’altra mira, ed è Lisa Cook, che era stata consigliera di Obama e che è arrivata alla Federal Reserve nel 2022, nominata da Biden. Cook è una dei 3 membri del Board di nomina democratica, contro – con l’arrivo del nuovo presidente – i 4 di nomina repubblicana; unica donna democratica nel collegio, contro l’unica donna repubblicana; prima afroamericana in quel posto. Rimuoverla da lì, e sostituirla con una nuova nomina, garantirebbe a Trump una super-maggioranza di 5 a 2.
E Trump c’ha provato, con la solita spregiudicatezza. Ad agosto è uscita ad arte la notizia di presunte irregolarità di Cook al fine di ottenere condizioni agevolate per un mutuo, ben prima di assumere il mandato alla Banca. Poche ore, e Trump annunciava su Truth Social – cosa piuttosto irrituale, ma tant’è – di avere disposto la rimozione immediata di Lisa Cook: può occuparsi della politica dei tassi chi sui tassi avrebbe fatto la furbetta?
Il punto è che è la prima volta che un Presidente licenzia un membro dell’organo di governo della Banca. La legge, invero, prevede una possibile rimozione per giusta causa, ma, nell’equilibrio dei poteri, il fatto che si sia consolidata una consuetudine a favore dell’indipendenza del Board non è affatto irrilevante. Senza contare che le irregolarità contestate a Cook richiedono di essere provate, e non è univoco che costituiscano giusta causa per una rimozione, risalendo peraltro ad un tempo anteriore alla nomina.
La rimozione di Cook è stata subito sospesa da un giudice, e la cosa è arrivata abbastanza rapidamente alla Corte suprema, che, come è noto, ha una super-maggioranza conservatrice, che nel passato recente ha almeno implicitamente avallato – o almeno non impedito – il disegno iper-presidenzializzante di Trump. Ma questa volta qualche segnale in senso contrario è arrivato.
Prima di Natale, la Corte ha rifiutato di ri-autorizzare, pur in maniera provvisoria, il provvedimento di rimozione dall’incarico, lasciando in piedi la sospensione che ne aveva disposto il giudice di merito, e rinviando alla trattazione orale della causa. E nell’udienza pubblica che si è tenuta a fine gennaio è filtrata una certa inclinazione della Corte a lasciare Lisa Cook al suo posto.
La decisione, probabilmente, non arriverà prima di giugno. Certo, il Presidente intanto ha (molte) altre cose cui pensare, ma un po’ di sonno, l’attesa, senz’altro glielo toglierà. Nella partita, infatti, Trump si gioca molto. Sul piano politico, il licenziamento di Cook gli otterrebbe una super-maggioranza repubblicana (per molto tempo) alla Federal Reserve, dopo la super-maggioranza repubblicana (per molto tempo) alla Corte suprema, oltre che naturalmente la maggioranza al Congresso. E, su un piano sistemico, si tratta di mantenere o spostare un altro confine alla scelta costituzionale di investire del potere esecutivo un solo uomo al comando.