Crans Montana, Tajani “pretende giustizia” dalla Svizzera ma dimentica i grandi casi italiani
“Pretendiamo solo che si faccia giustizia”. Antonio Tajani lo dice commentando una tragedia avvenuta all’estero. È una frase che funziona sempre: breve, solenne, apparentemente inattaccabile. Proprio per questo, se letta alla luce della storia italiana recente, risulta profondamente stonata. Perché se davvero questo Paese pretende giustizia, qualcuno dovrebbe spiegare come mai, da decenni, la giustizia penale sembra incepparsi regolarmente quando le vittime sono molte e le responsabilità riguardano apparati, grandi aziende, infrastrutture pubbliche, catene decisionali complesse.
Basta scorrere la memoria collettiva: Ustica, il Moby Prince, Piazza Fontana, Italicus, Viareggio, il ponte Morandi, il Mottarone, Rigopiano. Storie più o meno lontane nel tempo e diversissime tra loro, ma unite da un copione ormai noto. Processi interminabili, verità parziali, responsabilità che si sfilacciano con il passare degli anni, pene ridotte o prescritte. E quasi mai carcere vero per chi aveva il potere di decidere, prevenire, intervenire.
Questo non significa che non ci siano mai state sentenze. In alcuni casi le condanne sono arrivate. Ma il punto politico è un altro: la pena detentiva effettiva, quella che dovrebbe segnare un confine netto tra responsabilità e impunità, resta un’eccezione rarissima. Spesso arriva tardi, quando non serve più a nulla. Altre volte non arriva affatto.
Eppure, nello stesso ordinamento, il carcere non è affatto un tabù. Dipende da chi è l’imputato e da quale tipo di conflitto si sta giudicando.
Lo dimostra, in modo quasi didattico, il trattamento riservato negli anni al movimento No Tav. Nel dicembre del 2013, dopo un’azione notturna al cantiere di Chiomonte che provocò danni materiali ma nessuna vittima, alcuni attivisti — tra cui Chiara Borgogno — furono condannati a pene pesanti, nell’ordine dei tre o quattro anni di reclusione. Quelle condanne, pur rimodulate nei successivi gradi di giudizio, non sono rimaste sulla carta: mesi di carcere sono stati effettivamente scontati.
Non si è trattato di un caso isolato. In altri procedimenti legati alle proteste No Tav, la risposta penale è stata rapida e severa: custodie cautelari, lunghi domiciliari, condanne pluriennali. In alcuni casi si è arrivati persino a riesumare il reato di devastazione e saccheggio, una norma di origine fascista, per fatti che non avevano prodotto né morti né feriti gravi. Anche figure simboliche del movimento, come Nicoletta Dosio, hanno conosciuto direttamente il carcere o misure detentive per iniziative di protesta e atti di disobbedienza civile.
Qui sta la contraddizione che rende insopportabile la retorica istituzionale sulla giustizia.
Per un’azione di protesta che blocca un’infrastruttura o danneggia un macchinario, la macchina penale sa essere efficiente, determinata, persino esemplare. Per una funivia che precipita, un ponte che crolla, un treno che esplode in mezzo alle case, la stessa macchina si muove lentamente, si inceppa, si arena.
Non è una questione di simpatia o antipatia per il movimento No Tav. È una questione di asimmetria strutturale del diritto penale. La giustizia italiana funziona bene quando deve reprimere il conflitto sociale. Diventa improvvisamente fragile e indecisa quando dovrebbe colpire sistemi industriali, grandi opere, responsabilità politiche e amministrative.
Per questo frasi come “pretendiamo che si faccia giustizia” suonano vuote. Perché la giustizia, in Italia, non è assente: è selettiva. Colpisce verso il basso, rallenta verso l’alto. E finché continueremo ad accettare questa doppia misura — carcere per chi protesta, impunità di fatto per chi produce stragi — ogni appello solenne resterà quello che è: una posa morale buona per i titoli, pessima per la realtà.