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Libano, la guerra invisibile di Israele: “A gennaio 87 attacchi aerei, record dalla firma del cessate il fuoco nel 2024”

Lo dice l'ultimo report del think tank israeliano Alma Research. Dopo la firma del cessate il fuoco i raid delle Idf non si sono mai fermati: tra il 27 novembre 2024 e il 28 gennaio 2026 la missione Unifil ha registrato circa 9.200 violazioni dello spazio aereo libanese, di cui oltre 1.100 traiettorie da sud verso nord - da Israele verso il Libano - mentre quelle in direzione contraria sono state appena 21
Libano, la guerra invisibile di Israele: “A gennaio 87 attacchi aerei, record dalla firma del cessate il fuoco nel 2024”
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L’ultimo in ordine di tempo si chiamava Ali al-Hadi Mustafa al-Haqqani. “Ufficiale di alto rango delle unità di difesa aerea dell’organizzazione terroristica Hezbollah“, hanno annunciato le Israel Defense Forces su Telegram, “Haqqani era stato recentemente coinvolto negli sforzi per ricostituire l’infrastruttura militare” del Partito di Dio. Per questo le Idf lo hanno “eliminato” domenica nell’area di Harouf, nel sud del Libano. E’ la seconda vittima registrata a febbraio dalla guerra invisibile che Tel Aviv continua a condurre nel Paese dei cedri, dopo un gennaio da record. Secondo l’ultimo report di Alma Research, think tank israeliano che monitora il confine nord, nel mese appena concluso l’aeronautica dello Stato ebraico ha condotto 87 attacchi aerei in territorio libanese: il numero più alto da quando, il 27 novembre 2024, è entrato in vigore il cessate il fuoco. Il dato è più che raddoppiato rispetto a dicembre 2025, quando i raid erano stati 41, e porta la media mensile a circa 2,8 attacchi al giorno, il picco registrato dalla fine della guerra.

Di questi, 43 raid (il 49,4% del totale), hanno colpito l’area a nord del fiume Litani, dove la presenza di Hezbollah è più radicata: 38 hanno preso di mira “infrastrutture terroristiche”, mentre 5 hanno portato a “eliminazioni mirate”, ovvero all’uccisione di membri dell’organizzazione sciita. Altri 31 attacchi (il 35,6% del totale) hanno riguardato l’area a sud del fiume, dove Israele ritiene sia ancora forte la presenza dei miliziani, e i restanti 13 (14,9%) sono stati effettuati nella valle della Beqaa, che “costituisce la retroguardia logistica e operativa del gruppo”. Ventuno i presunti “terroristi” eliminati: “20 di Hezbollah e uno di Hamas“, ucciso nel villaggio di Braikeh, a nord del Litani. Dall’inizio del cessate il fuoco, precisa il report, gli agenti del Partito di Dio uccisi sono stati 252.

L’Unifil, la missione Onu creata nel 1978 per garantire il ritiro delle truppe israeliane e assistere il governo di Beirut nel ristabilire la sicurezza nel sud del paese, ha monitorato l’andamento del cessate il fuoco. Tra il 27 novembre 2024 e il 28 gennaio 2026, il contingente internazionale ha registrato circa 9.200 violazioni dello spazio aereo libanese costituite principalmente da sorvoli di velivoli o droni israeliani: oltre 1.100 le “traiettorie” (principalmente missili, razzi e bombe individuate dai radar) registrate da sud verso nord – ovvero da Israele verso il Libano -, mentre quelle in direzione contraria – dal Libano verso Israele – sono state appena 21. Gli attacchi aerei sono stati oltre 100, a indicare che solo una frazione delle incursioni si è tradotta in vere e proprie azioni cinetiche. Le “attività” delle Idf a nord della Linea Blu hanno superato quota 3.000, mentre Unifil ha scoperto e documentato oltre 400 depositi di armi di Hezbollah.

La stessa missione Onu ha segnalato nelle scorse ore l’ultima anomalia. La mattina di domenica 1° febbraio “le Idf hanno comunicato a Unifil che avrebbero effettuato un’attività aerea sganciando quella che hanno definito una sostanza chimica non tossica sulle aree vicine alla Linea Blu”. “Questa attività era inaccettabile e contraria alla risoluzione 1701 (adottato all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’11 agosto 2006 per porre fine alla guerra dei 33 giorni, ndr). Le azioni delle Idf, ha denunciato ancora il contingente, “non solo limitavano la capacità delle forze di peacekeeping di svolgere le attività loro assegnate, ma mettevano anche potenzialmente a rischio la loro salute e quella dei civili. Destavano inoltre preoccupazione per gli effetti di questa sostanza chimica sconosciuta sui terreni agricoli locali e per le possibili ripercussioni a lungo termine sul ritorno dei civili alle loro case e ai loro mezzi di sussistenza”.

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