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Congo (RDC), centinaia di morti per il crollo di una miniera di coltan. Gli attivisti: “Sospendere lo sfruttamento dei minerali”

La tragedia è avvenuta a Rubaya, nella zona controllata dai miliziani della M23, sostenuti dal Ruanda. Le fonti ufficiali parlano di 226 vittime, ma canali alternativi indicano fino a 400 persone che mancano all'appello tra minatori, commercianti, donne e bambini
Congo (RDC), centinaia di morti per il crollo di una miniera di coltan. Gli attivisti: “Sospendere lo sfruttamento dei minerali”
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I numeri ufficiali parlano di 226 morti. Ma le cifre fornite da gruppi di attivisti sono ancora più drammatiche: sono oltre 400 le persone che mancano all’appello. Minatori, ma anche commercianti e donne e bambini che si trovavano sul posto. Una catastrofe, tanto che anche papa Leone all’Angelus ha voluto ricordare l’ennesimo crollo nell’ennesima miniera artigianale in Repubblica Democratica del Congo.

Solo a novembre avevano fatto il giro del mondo le immagini della frana del versante di una collina “traforata” dai minatori artigianali per estrarre cobalto nel Lualaba, un’altra regione del Congo. Una trentina i morti ufficiali, cifra poi portata a 80.

Ma stavolta i numeri sono ben altri. E soprattutto, non si tratta di un sito qualsiasi: stavolta il crollo è avvenuto a Rubaya, che in Congo è la miniera per antonomasia. La madre di tutti i drammi, di tutti gli sfruttamenti e di tutte le guerre. Rubaya, situata nella provincia del Nord Kivu, è il sito da cui proviene fra il 15 e il 30% del coltan mondiale. Probabile che anche nelle tasche di chi legge ora, nei nostri smartphone, ci sia il tantalio proveniente proprio da lì. E se non viene da Rubaya, quasi certamente arriva da un’altra delle miniere artigianali congolesi. In RdCongo infatti si trova fra il 60 e l’80% del coltan mondiale. Le percentuali oscillano in modo così ampio proprio perché l’estrazione avviene in maniera artigianale e spesso la materia prima grezza viene esportata di frodo, passando la frontiera con il vicino Rwanda e ricevendo solo lì l’etichettatura ufficiale.

Non solo: il gruppo armato AFC/M23 che esattamente un anno fa occupava Goma, capoluogo del Nord Kivu, si era già da mesi premurato di occupare proprio la zona di Rubaya, che dall’aprile 2024 è sotto loro diretto controllo: i proventi della lucrosissima estrazione del coltan finiscono direttamente a finanziare la guerra e l’occupazione di parte del Nord e del Sud Kivu, dove – nonostante gli “accordi di pace” voluti da Trump e sottoscritti lo scorso dicembre – non si è mai cessato di combattere.

E allora la tragedia di mercoledì scorso non è più solo un drammatico fatto di cronaca, ma va iscritta nella piaga della guerra e dello sfruttamento legato alle estrazioni di questo angolo di mondo, così ricco e così povero. Non è più solo un fatto accidentale, ma si iscrive nella corsa ai minerali strategici di cui tutti beneficiamo. Per questo la lettera-appello diffusa ieri dalla società civile, dopo aver raccontato i dettagli del crollo, dovuto alle forti piogge, e aver dato la spaventosa cifra di 400 persone che mancano all’appello (e i cui corpi nessuno si darà la pena di recuperare da sotto terra, non essendoci i mezzi per farlo), dei numerosi feriti e dei danni ambientali incalcolabili, si chiude con un appello in tre punti: chiedono, oltre al sostegno alle famiglie delle vittime, che si fermi immediatamente lo sfruttamento illecito dei minerali nelle zone sotto occupazione, “fino a che non venga ristabilito un quadro di legalità” e che soprattutto tutti i minerali offerti sul mercato internazionale dal Rwanda siano considerati “minerali di sangue” e dunque vietati. “Se non lo si farà, si sarà complici” dello sfruttamento, concludono.

Forse potrebbe essere giunto il momento che la Commissione Europea riprenda in mano quanto votato quasi all’unanimità dal Parlamento UE un anno fa e rimasto finora lettera morta: decidere la sospensione dell’ipocrita memorandum d’intesa con il Rwanda in merito alla tracciabilità dei minerali. L’account X dell’Unione Europea in RDC, che ha postato un messaggio di cordoglio, è stato bersagliato di critiche, tutte dello stesso tenore: perché continuate a comprare il coltan che passa dal Rwanda, finanziando così l’M23?

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