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Sequestrata associazione antiviolenza a Reggio Calabria: “La titolare Tiziana Iaria ha simulato un rapimento e si è spacciata per psicologa”

Secondo gli investigatori, la donna prescriveva anche farmaci alle vittime che si rivolgevano al suo centro. L'inchiesta è partita da un finto rapimento nel 2024 quando l'indagata ha denunciato di essere stata rapita
Sequestrata associazione antiviolenza a Reggio Calabria: “La titolare Tiziana Iaria ha simulato un rapimento e si è spacciata per psicologa”
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Prima un finto rapimento e adesso l’esercizio abusivo della professione di psicologa con tanto di prescrizione di farmaci alle vittime di violenza. Su richiesta della Procura di Reggio Calabria, il gip ha disposto il sequestro preventivo dell’associazione “Odv Centro Antiviolenza Margherita” e degli immobili gestiti dalla stessa per l’esercizio delle proprie attività sia in riva allo Stretto che in provincia di Avellino. Il provvedimento di sequestro preventivo è stato eseguito dalla squadra mobile che indaga sulla vicenda dal 2024 quando la titolare del centro Tiziana Iaria aveva denunciato di essere stata sequestrata. Si è trattato di un finto rapimento lampo secondo la Procura guidata da Giuseppe Borrelli. La pm Flavia Modica, infatti, ha notificato a Tiziana Iaria un avviso di conclusione indagini per false informazioni al pubblico ministero, simulazione di reato, calunnia ed esercizio abusivo della professione di psicologa.

Ma andiamo con ordine: il 21 marzo 2024 il marito della titolare del centro antiviolenza denuncia sui social e in questura la scomparsa della moglie. “Al momento è stata dichiarata dispersa. – ha scritto su Facebook – Le forze dell’ordine hanno mobilitato tutta la task force necessaria per la ricerca senza escludere nessuna probabilità. Credo un rapimento, ma non possiamo esserne certi. Tiziana in questi anni ha aiutato e sostenuto decine di donne vittime di violenza, nonostante le minacce di morte, non si è fermata, né impaurita continuando a sostenere tutti coloro che hanno subito violenza. Spero tanto che il tutto si risolva al meglio”. Meno di ventiquattr’ore e Tiziana Iaria ricompare sotto casa. Ai poliziotti ha dichiarato che il suo sequestro sarebbe stato perpetrato da soggetti ignoti che, dopo averla stordita, l’avrebbero condotta in un luogo da lei non riconosciuto, per poi riportarla a Reggio Calabria la mattina successiva. Il 2 aprile, assistita dalla sua legale, la titolare del centro antiviolenza organizza pure una conferenza stampa sul suo presunto rapimento e racconta ulteriori dettagli: “Sono uscita dall’ufficio alle 9 perché dovevo portare dei documenti all’avvocato. – aveva affermato davanti alle telecamere – Arrivata più o meno qui sotto, dove c’è la colonnina elettrica per ricaricare le macchine, una signora giovane con in braccio un bambino dagli occhi azzurri mi ha chiesto cortesemente se potessi aiutarla a mettere il bambino sul sedile dell’auto. Una cosa normale per me aiutare le persone. Ho preso il bambino e sono entrata in macchina dalla parte posteriore e la signora è entrata dall’altra parte. Siamo entrate tutte e due in macchina perché questo bambino era veramente movimentato e poi non mi ricordo niente. Questo è quello che è successo quel giorno”.

Nell’intervista con i giornalisti, all’epoca, Iaria ha confermato quanto detto prima agli investigatori della mobile raccontando di aver sentito un odore di ammoniaca quando si è avvicinata al bambino: “Nella macchina l’odore era molto più forte. La donna era giovane, magra e aveva dei capelli neri, non lunghi”. Al rapimento, stando alla sua versione, avrebbero partecipato anche due uomini che l’hanno chiusa in una stanza senza finestre per poi liberarla il giorno seguente, accompagnandola fino a sotto casa: “La mattina – era la ricostruzione della donna – mi hanno fatto uscire con i miei piedi, non mi hanno legata, non mi hanno imbavagliata, non mi hanno fatto del male e non hanno parlato con me. Erano due uomini. Io non li ho mai visti perché erano messi sempre di spalle. L’unico che ho intravisto, so che aveva una barba, una barba molto sottile”. A chi gli ha chiesto del perché non si è ribellata, Tiziana Iaria ha risposto: “Non sono pazza di mettermi a gridare. Perché, se non mi hanno legata, non mi hanno fatto niente, mi metto a gridare?”. Dettagli abbastanza precisi quindi. Ma tutto, secondo la Procura, è stato completamente inventato. Le intercettazioni telefoniche e telematiche, i tabulati e le telecamere videosorveglianza presenti nella zona, che hanno immortalato il tragitto percorso da Tiziana Iaria, hanno raccontato una storia completamente diversa consentendo alla polizia e alla Procura di accertare che si è trattato di un finto rapimento.

Così come era finto anche il messaggio su Facebook che il marito avrebbe ricevuto da un profilo a lui sconosciuto nelle ore in cui la moglie era scomparsa. Il mittente lo avrebbe rassicurato che avrebbero provveduto a riportare Iaria a casa appena la stessa si fosse ripresa, dichiarando che l’intento dell’azione era soltanto quello di spaventarla. Dall’analisi dei tabulati di traffico telematico è emerso che quel messaggio all’indirizzo del marito era stato inoltrato dalla stessa Iaria che oggi si ritrova indagata non solo per la simulazione di reato e per le dichiarazioni false rese in questura. Gli accertamenti della squadra mobile hanno svelato episodi in cui l’indagata avrebbe esercitato, senza averne titolo, la professione di psicologa nei confronti di alcune ignare vittime di violenza. Per questo motivo, in realtà, il mese prima del suo finto rapimento, Tiziana Iaria aveva ricevuto un avviso di garanzia firmato dal procuratore aggiunto Stefano Musolino che l’accusava di “esercitare abusivamente la professione di psicologa-psicoterapeuta, svolgendo colloqui psicologici e di psicoanalisi presso lo studio sito in Reggio Calabria, Via DeiCorrettori nr.20, senza essere iscritta all’albo degli psicologi previo conseguimento del relativo diploma di laurea”.

Con la nuova indagine è emerso, infine, che in alcune occasioni Tiziana Iaria avrebbe prescritto addirittura farmaci alle donne che si rivolgevano al “Centro antiviolenza Margherita”.

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