Il cherubino con il volto di Giorgia Meloni nella basilica romana. Il cardinale vicario irritato: “Improprio strumentalizzare l’arte sacra”
La faccia della presidente del Consiglio Giorgia Meloni al posto di quella di un cherubino in un affresco in una cappella della Basilica di San Lorenzo in Lucina. Può sembrare una storiella inventata per divertirsi ma è successo davvero e il caso diventa non solo politico ma tocca l’ambito del sacro e della spiritualità, peraltro nella città santa, cuore del cristianesimo. Almeno l’arte è stata messa da parte: l’affresco è di recente realizzazione (2000) e aveva bisogno di una ritoccatina. La restaurazione è diventata però una specie di tazebao o bacheca facebook: la somiglianza tra il volto affrescato e quello della premier è troppo evidente perché sia tutta una coincidenza, per giunta il cherubino vagamente governativo tiene in mano pure una pergamena che raffigura l’Italia. L’interessata, modella involontaria dell’artista, la butta sul ridere ma naturalmente gongola e su facebook sceglie proprio questo tema (tra i vari che hanno animato almeno fino a sera questo ultimo sabato di gennaio) per dire: “No, decisamente non somiglio a un angelo”. Ma intanto parla il parroco della basilica, parla il restauratore, si muovono il ministero e il vicariato di Roma. L’imbarazzo è delle istituzioni, meno dei protagonisti della vicenda.
Monsignor Daniele Micheletti, sacerdote che gestisce San Lorenzo in Lucina dal 2000, parla a ruota libera: “Per me non è un problema avere un angelo con il volto della premier. Fra Meloni e Schlein chi avrei preferito? Nessuna delle due. Se ci sarà una crescita nei fedeli di destra non è un problema: li aspetto domani a messa” dice all’AdnKronos. “In effetti una certa somiglianza c’è – ammette parlando con l’Ansa -, ma bisognerebbe chiedere al restauratore perché l’ha fatto così, io non lo so. Io avevo chiesto di restaurare la cappella esattamente com’era ora non lo so le fattezze di un volto se sono proprio quelle, lì l’angelo c’era e c’era in quel modo”. Monsignor Micheletti spiega tra le altre cose che il restauro è stato finanziato all’interno della stessa chiesa “ma abbiamo avuto anche degli sponsor, associazioni e due fondazioni di cui però non posso dire nulla per motivi di privacy“, ha spiegato a LaPresse. Per il restauro “ho avvisato la Soprintendenza, ma si è trattato solo di una comunicazione – ha aggiunto – perché trattandosi di un affresco del 2000 non fa parte della tutela”. Il restauratore Bruno Valentinetti gioca in difesa: “Chi lo dice che è la premier Meloni? Lo dovete dire, il parroco non l’ha detto, ha detto che assomiglia”. “Per questo volto – sostiene – ho fatto un restauro e ho restaurato quello che c’era prima 25 anni fa, uguale, ho dovuto riprendere i disegni e i colori di 25 anni fa, non si deve cambiare”. “Alle polemiche rispondo che sono tutte invenzioni. C’è anche chi dice che l’altro angelo è Conte” conclude ridendo.
Più alterato sembra il vicariato di Roma, retto dal cardinale Baldo Reina che tanto per cominciare ha espresso “stupore”, poi ha annunciato le verifiche e infine ha messo fuori una nota in cui (testuale) “prende le distanze” da monsignor Micheletti, esprime “la propria amarezza per quanto accaduto” e “avvierà nell’immediato i necessari approfondimenti per verificare le eventuali responsabilità dei soggetti in causa”. Nel rinnovare l’impegno della Diocesi di Roma per la custodia del patrimonio artistico e spirituale – aggiunge il cardinale Reina nel comunicato -, si ribadisce con fermezza che le immagini d’arte sacra e della tradizione cristiana non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni, essendo destinate esclusivamente a sostenere la vita liturgica e la preghiera personale e comunitaria”.
Le opposizioni chiamano in causa il ministro della Cultura Alessandro Giuli che il poco che può fare è mettere in moto la soprintendenza: arriveranno gli ispettori. “L’ipotesi – afferma in una nota la capogruppo del Pd in commissione cultura della Camera, Irene Manzi – che un intervento di restauro su un bene tutelato possa aver prodotto un’immagine riconducibile a un volto contemporaneo rappresenta una potenziale e grave violazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio, che vieta alterazioni arbitrarie, personalizzazioni e interventi non strettamente fondati su criteri scientifici e storico-artistici”.
Critici e storici dell’arte sono spiazzati, per non dire basiti. “Nel passato era prassi raffigurare i potenti, ma non ricordo casi negli ultimi decenni…” dice Achille Bonito Oliva. “L’arte è bene che si distanzi dalla contingenza, altrimenti diventa cronaca…” aggiunge Flavio Caroli. Certo, nel Rinascimento – ricorda l’AdnKronos – spesso i potenti del tempo e gli stessi artisti finivamo in tele e pitture nelle chiese. Nel palazzo Apostolico del Vaticano, negli affreschi di Raffaello, torna più volte l’immagine di Papa Giulio II, committente e mecenate tra i più noti dell’epoca. Sanzio lo omaggia ripetutamente, ritraendosi a sua volta tra le guardie svizzere che sorreggono la portantina papale nella Cacciata di Eliodoro dal Tempio. Nella Cappella degli Scrovegni, spostandosi a Padova, nel Giudizio Universale di Giotto, il committente Enrico Scrovegni è ritratto mentre offre il modellino della cappella alla Madonna, un gesto pensato a mò di espiazione dei peccati di usura della sua famiglia. “A quei tempi l’arte era una piramide, con al vertice Michelangelo e i grandi artigiani fiorentini alla base, ora è una grande pianura – commenta Caroli – e c’è una cronaca sempre più pianeggiante…”. “Io non voglio giudicare – conclude – perché amo la grande storia, non amo la cronaca troppo ravvicinata…”.