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Le bombe fasciste che colpirono Barcellona nella guerra di Spagna: “Muro d’impunità mai incrinato, l’Italia ha temporeggiato”

La causa era stata avviata nel 2011 da collettivi italo-spagnoli. Sono stati identificati quattro presunti piloti, tutti deceduti. Alla fine, la magistratura ha ritenuto di non procedere
Le bombe fasciste che colpirono Barcellona nella guerra di Spagna: “Muro d’impunità mai incrinato, l’Italia ha temporeggiato”
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La vicenda dei bombardamenti italiani su Barcellona durante la Guerra Civile Spagnola (1936-1939) è uno dei capitoli più oscuri della storia europea del Novecento. Non solo per la violenza militare esercitata contro la popolazione, ma per la lunga battaglia civile e giudiziaria condotta, decenni dopo, per ottenere verità, giustizia e riconoscimento. Dopo oltre dieci anni di iniziative legali, raccolta di testimonianze e mobilitazione pubblica, la denuncia per crimini di guerra contro l’Aviazione Legionaria italiana è stata archiviata definitivamente nel gennaio 2026 dai tribunali spagnoli.

La causa era stata avviata nel 2011 da un gruppo di antifascisti italiani residenti a Barcellona — tra cui l’associazione AltraItalia — insieme ad alcune vittime ancora in vita. L’obiettivo era chiamare a rispondere dei bombardamenti aerei che tra il 1937 e il 1939 colpirono sistematicamente Barcellona e numerose località catalane e valenciane, provocando migliaia di morti tra i civili. Le operazioni, condotte dai trimotori Savoia-Marchetti dell’Aviazione Legionaria di Mussolini, si inserirono nella strategia militare congiunta di fascismo italiano e nazismo tedesco a sostegno delle truppe franchiste. I raid indiscriminati su quartieri residenziali, mercati e infrastrutture civili — come quelli del marzo 1938 — anticiparono pratiche di guerra aerea che sarebbero poi state replicate su vasta scala nella Seconda Guerra Mondiale.

Per decenni, tuttavia, non vi fu alcuna risposta giudiziaria. Il franchismo prima e la transizione democratica poi consolidarono quello che è stato definito pacto del olvido, un patto di silenzio volto a evitare il confronto con i crimini della guerra e quelli della dittatura. È in questo vuoto che si inserì l’iniziativa dei collettivi italo-catalani, che tentarono di ottenere il riconoscimento dei bombardamenti come crimini di guerra e crimini contro l’umanità, imprescrittibili secondo il diritto internazionale.

La denuncia, presentata a Madrid e poi trasferita al Tribunale di Barcellona, fu sostenuta da testimonianze dirette dei sopravvissuti e da un lungo lavoro di ricerca negli archivi militari italiani e spagnoli. Parallelamente si sviluppò la campagna Bombes d’Impunitat (Bombe di impunità), volta a rivendicare la responsabilità storica e politica degli Stati coinvolti e un risarcimento almeno simbolico per le vittime. Proprio in questi giorni è arrivata la sentenza di archiviazione della causa penale.

L’archiviazione non ha colto di sorpresa i promotori. Per Rolando D’Alessandro, portavoce di Bombes d’Impunitat, l’esito era prevedibile: “Un processo penale deve riguardare persone vive – spiega – e visto il tempo che consapevolmente è stato fatto passare, era inevitabile arrivare a un non luogo a procedere per assenza di colpevoli, non di delitto”. Secondo D’Alessandro, le responsabilità sono condivise. Da un lato le autorità italiane hanno temporeggiato per oltre dodici anni; dall’altro quelle spagnole non hanno mostrato maggiore determinazione. Le commissioni rogatorie inviate all’Italia hanno prodotto una lunga sequenza di risposte negative, i “non risulta”, nonostante molti piloti fossero inquadrati nell’esercito franchista, decorati e con ogni probabilità pensionati dal regime.

La querela iniziale indicava 21 presunti responsabili. Dopo anni di richieste formali e l’intervento di Eurojust, la magistratura italiana è riuscita a identificarne con certezza solo quattro, tutti deceduti: Guglielmo Di Luise, Riccardo Emo Seidil, Paolo Moci e Gennaro Giordano. Per gli altri nominativi è stata dichiarata l’impossibilità di una identificazione certa a causa di omonimie compatibili con il periodo bellico.

Nel 2015 fu ascoltato l’unico sopravvissuto identificato con certezza, Luigi Gnecchi, nato il 5 marzo 1914. Interrogato, dichiarò di aver partecipato solo a missioni di ricognizione e non a bombardamenti. Morì senza essere mai rinviato a giudizio. Come ricorda D’Alessandro, “l’unico aviatore chiamato in causa nel procedimento è stato, prima della morte, citato come esempio per le nuove generazioni dal ministro della Difesa italiano in carica”.

Una commissione rogatoria del 2019 ha inoltre attestato che negli archivi militari italiani non compare alcun riferimento esplicito ai bombardamenti di Barcellona, con l’eccezione del pilota Castellani Gori, per il quale non è stato possibile escludere il coinvolgimento. Per la Marina militare risulta invece che il 13 febbraio 1937 il comandante dell’incrociatore Eugenio di Savoia fosse Massimiliano Vietina, morto nel 1967.

Per Bombes d’Impunitat l’archiviazione non chiude la questione. “Malgrado la rilevanza di una causa che riguarda il primo bombardamento a tappeto su una grande città europea – afferma D’Alessandro – non si è incrinato il muro di impunità e di omertà costruito intorno alla guerra di Spagna, che per molti versi può essere definita un genocidio secondo le categorie attuali”. E aggiunge: «La Repubblica nata dalle ceneri del fascismo, che nel dopoguerra ha riconosciuto riparazioni a tutti i Paesi aggrediti, non ha mai chiesto formalmente nemmeno scusa ai popoli dello Stato spagnolo. Anzi, ha continuato a incassare fino al 1967 il pagamento delle armi fornite da Mussolini a Franco».

Secondo l’avvocato Jaume Asens, che istruì la causa, oggi resterebbe aperta solo la strada di un’azione civile in Italia. Un’ipotesi che, per essere perseguita, dovrebbe partire da associazioni disposte a riaprire una ferita che, sul piano giudiziario, gli Stati hanno scelto di lasciare irrisolta.

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