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Sergej Aleksandrovic Esenin, l’usignolo russo (traduzione di Corrado Facchinetti)

È l’amore per la Russia contadina l’elemento principale della poesia di Esenin. Egli amava la patria “dal basso”
Sergej Aleksandrovic Esenin, l’usignolo russo (traduzione di Corrado Facchinetti)
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Quest’anno cade il centenario della morte del poeta russo Sergej Aleksandrovic Esenin. Il poeta contadino, l’“usignolo russo”, la cui popolarità in patria è paragonabile soltanto al mito di Aleksandr Pushkin, ebbe una vita breve e tormentata. Era nato nel 1895 nel villaggio di Kostantinovo, nei pressi di Riazan e venne trovato impiccato in una stanza dell’hotel d’Angleterre di Leningrado il 28 dicembre 1925. Il suicidio (o l’omicidio – la questione è ancora dibattuta) si portò via un grande poeta, al quale toccò vivere in uno dei momenti tra i più sconcertanti del secolo scorso: la rivoluzione russa.

Ed è interessante leggere la poesia di Esenin accostandola proprio alla rivoluzione d’ottobre. Quest’ultima ebbe un carattere fortemente proletario e urbano e ciò aveva comportato per il Paese un brusco cambiamento, col passaggio, avvenuto in pochi anni, dal mondo tradizionale contadino a un altro basato sullo sviluppo industriale e sulla modernizzazione forzata. Eppure questi mutamenti, per quanto profondi, non hanno mai cancellato lo spirito rurale e “animistico” della Russia. Ed è l’amore per la Russia contadina l’elemento principale della poesia di Esenin. Egli amava la patria “dal basso”, partendo dall’amore per gli animali e per la natura. E la nostalgia di quel mondo che stava scomparendo con la rivoluzione lo portò sempre più a rifugiarsi in un intimistico rimpianto per il passato.

La sua poesia, dai toni a volte biblici a volte blasfemi, si basa sull’uso straordinariamente lirico delle immagini, che egli preleva dalla tradizione cristiana e contadina. E tali immagini vivono davvero nei suoi versi, hanno un’anima e un’identità che può essere intercambiabile. Così, la bianca betulla diviene, al tempo stesso, la bella ragazza che attende il poeta sulle rive dello stagno; la mucca è la Russia che ha figliato la Rivoluzione (non quella urbana, ma quella contadina e “cristiana” che voleva Esenin) ed è la Madre di Dio generatrice del vitello-Cristo Salvatore, che le hanno appena ammazzato e la cui pelle oscilla al vento su una pertica.

C. F.

Traduzioni tratte dalla raccolta antologica Sergej Esenin. Poesie, edizioni L’Arca di Noé

S’è intessuta sul lago la scarlatta luce dell’alba.
I galli cedroni piangon trillando sulla boscaglia.

Piange chissà dove un rigogolo, riparandosi nella tana.
Soltanto io non piango, che ho luminosità nell’anima.

Lo so, da oltre l’anello stradale, verrai all’imbrunire,
E sederemo sulla fresca paglia di un vicino fienile.

Lì ti bacerò fino all’ebbrezza, fino a gualcirti qual fiore.
Che maldicenze non vi sono per chi s’é inebriato d’amore.

Tra le carezze tu stessa getterai il velo di trine,
E ti condurrò ubriaca tra i cespugli fino al mattino.

Lascia che trillino i galli cedroni, lascia che piangan.
Che c’è una allegra tristezza nel rossore dell’alba.

(1910)

***

Non dormo. La notte è scura,
Sul praticello al fiume voglio andare.
Nei flussi schiumosi s’è tolto la cintura
Un lontano lampeggiare.

La betulla-candela sta sulla cima,
Nell’argento delle piume lunari.
Usciamo insieme, mia fragolina,
Ad ascoltare i canti dei gusljari!

Nell’incanto andrò ammirando
La tua bellezza di fanciulla.
E, in quella musica danzando,
Ti strapperò il vel di tulle.

E sull’erba serica, lungo il pendio,
Nel cupo térem della boscaglia,
Andremo insieme, tu ed io,
Fino al papavero dell’alba.

(1911)

***

AUTUNNO
A R.V. Ivanov

Il folto del ginepro nel dirupo è taciturno.
Si striglia il crine la cavalla saura dell’autunno.

Lungo le sponde s’ode sul tappeto fluviale
L’azzurro clangore del suo scalpitare.

A passi attenti il vento, asceta severo,
Accartoccia le foglie ai bordi del sentiero

E al sorbo bacia tra i rami dell’arbusto
Le rosse piaghe a un invisibile Cristo.

(1914)

***

LA VACCA

Decrepita, coi denti caduti,
Sulle corna l’età che le avanza.
Un rozzo mandriano la colpisce
Lungo i campi di transumanza.

Il suo cuore non sente rumore,
Mentre raschiano i topi in un canto.
Essa è presa dal triste pensiero
Di quel vitello dal piede bianco.

Alla madre il figlio hanno tolto,
Che la gioia prima non l’ebbe.
A un palo al di sotto d’un pioppo
Alla brezza ondeggiava la pelle.

Presto, tra le distese di miglio,
Una corda le porranno sul collo
E, con lo stesso destino del figlio,
Condurranno pure lei al macello.

Fra lamenti, nausea e tristezza
A terra si pianteranno le corna…
Ma lei vede un bianco boschetto
E di erbosi pascoli sogna.

(1915)

***

A L. I. Kashina

Coi tuoi capelli verdi,
Col tuo seno di fanciulla,
Nello stagno cosa osservi,
O mia esile betulla?

Odi il vento che risponde
E la sabbia riecheggiare?
Nelle trecce delle fronde
Vuoi tu il pettine lunare?

Svelami, svelami il segreto
Dei tuoi legnosi pensieri.
Quel triste brusio ho amato
Che ha l’autunno in fieri.
Mi rispose la betulla:
«O mio curioso amico,
Da me, a pianger tra le stelle,
Un pastore qui è venuto.

Chiara luna nella notte,
La verzura scintillava,
Sulle nude mie ginocchia
C’era lui che m’abbracciava.

E al rumore d’una fronda,
Profondamente sospirando,
Disse: Addio, o mia colomba,
Alle gru del nuovo anno».

(1918)

***

IL FIGLIO DELLA MIA CAGNA

Escono gli anni dall’offuscamento,
Facendo, come prati di camomilla, rumore.
Mi è tornata quella cagna alla mente
Che alla gioventù fu l’amica fedele.

Ma la gioventù è svanita nel nulla,
Come l’acero marcito al finestrino,
Mi rammento della bianca fanciulla,
Era per lei quella cagna il postino.

Non tutti han vicino gli affetti,
Lei era un’ode per me da cantare,
Ma non prendeva però quei biglietti
Che alla cagna mettevo al collare.

La mia scrittura lei la ignorava,
Nessun messaggio aveva mai letto,
Ma a qualcosa lungamente sognava
Al viburno oltre il giallo laghetto.

Io soffrivo… Una risposta volevo…
Non ricevendola, lontan sono andato…
Ecco, anni dopo, poeta famoso,
Sull’uscio paterno mi son ritrovato.

Quella cagna è crepata da tanto,
Ma, pazzamente, con selvaggio latrato,
Col blu uguale riflesso nel manto,
Il suo cucciolo incontro è arrivato.

Madre Santa! Come son simili loro!
Ancora emerge un dolore dal petto.
Mi ringiovanisce questo martoro,
Che voglio scrivere un nuovo biglietto.

Vecchie canzoni mi piace ascoltare,
Ma non latrare! Non latrar con furore!
Se vuoi ti bacio, o mio tenero cane,
Che m’hai risvegliato maggio nel cuore.

Ti bacerò, ti stringerò a me accanto
E ti porterò in casa come un amico…
Sì, mi piacque la fanciulla in bianco,
Ma ora l’amo in azzurro vestito.

(1924)

***

Ah, che bufera! Il demonio mi porti con se!
Con bianchi chiodi mi va sigillando il tetto.
Ma io non ho paura, nella mia sorte è detto
Che lo sviato cuore mi sigillasse a te.

(1925)

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