Dall’Iran mi scrivono: quei sacchi neri coi cadaveri ‘parlano di noi’. La nazione ridotta a mattatoio
C’è un odore che percepisco, che non riesco a scrollarmi di dosso, un odore che non dovrebbe appartenere a nessuna cronaca, a nessun racconto di vita. È l’odore del sangue fresco che si mescola alla polvere delle strade di Teheran, un profumo ferroso, amaro, che buca lo schermo del cellulare ogni volta che apro un video arrivato clandestinamente. Ricevere questi messaggi dagli iraniani rimasti là, o dai dissidenti che gridano aiuto dall’estero, è diventato un rito quotidiano di dolore. “Parla di noi”, mi scrivono. “Non lasciate che il nostro sangue scorra nel silenzio”. E io resto qui, con il cuore che batte al ritmo dei colpi di fucile che sento in sottofondo, consapevole che ogni notifica potrebbe essere l’ultimo respiro di una vita spezzata.
Siamo davanti a un massacro senza precedenti. Non ci sono più parole per descrivere la crudeltà degli ayatollah, se non quella di un regime che ha deciso di dichiarare guerra alla sua stessa gente.
Non è più il tempo del timore, perché la morte ideologica imposta dal regime è diventata più insopportabile della morte fisica stessa. Questa è la fine del potere degli ayatollah, quando un popolo smette di temere il martirio è perché ha già vissuto l’inferno della sottomissione. Cadere in piazza oggi significa nascere davvero, fuggendo a quel silenzio tombale che per 47 anni è stato l’unica legge. Oggi si è superato il limite dell’umana comprensione. Nelle città iraniane, i cadaveri vengono ammucchiati dentro sacchi neri di plastica. File interminabili di polietilene scuro che nascondono sogni, studi, amori, speranze. E sopra quei sacchi, un numero. Un maledetto numero scritto col gesso o con un pennarello.
Pensavamo che il tempo in cui un essere umano venisse identificato con un numero fosse finito con gli orrori dei campi di sterminio che hanno segnato il secolo scorso. Invece, nel 2026, la Repubblica Islamica ci riporta esattamente lì, in quell’abisso di disumanizzazione che fa inorridire l’anima. I familiari vagano tra questi sacchi, cercando un volto, una mano, un segno di riconoscimento. È un’immagine che strappa la carne: una madre o un padre che aprono un sacco nero per scoprire se il numero 42 o il numero 108 appartenga a quel figlio che non è tornato a cena.
Mi chiedo e non da oggi, come ci si senta a governare un Paese che non ti riconosce, che ti odia con ogni fibra del suo essere, che ti vede solo come il proprio carceriere? Per favore non chiamiamola più ‘guida suprema’. Perché una guida ispira, una guida protegge. Lui è solo un macellaio, un uomo che ha trasformato un’intera nazione in un mattatoio a cielo aperto.
Ha fatto arrivare militari da ogni dove, mercenari addestrati a sparare a vista a chiunque si trovi sulla strada, che sia una donna che sventola un velo, che accende la sigaretta con un foglio con la sua immagine o un anziano che cerca il pane. Ma si può uccidere un’intera generazione? Siamo tornati al punto di non ritorno e da oggi, non si può più continuare a comandare col terrore quando la stragrande maggioranza della popolazione non si rispecchia più in quei vestiti neri e in quelle leggi medievali.
In questo scenario apocalittico, dove la morte sembra l’unica certezza, è nata però una speranza che non si può spegnere. È una speranza che ha un nome e un volto: quello di Reza Pahlavi. Ovunque in Iran, dalle periferie più povere ai centri universitari, stanno invocando il suo ritorno. I video che filtrano attraverso la censura sono un coro unanime di “Javid Shah”, viva lo Shah. È una presa di coscienza collettiva che ha superato le vecchie divisioni. Anche chi era confuso, anche chi temeva che Reza figlio avrebbe ricalcato le ombre del padre, oggi ha capito. Oggi sanno che lui è l’unico futuro possibile, l’unica figura capace di garantire una transizione civile verso la democrazia, l’unico simbolo di un’unità nazionale che il regime ha cercato di distruggere per decenni.
Ma c’è un’altra rabbia che mi ferma il respiro: la complicità di chi sceglie il silenzio. È una rabbia gelida che nasce nel vedere come l’indifferenza del mondo diventi il miglior alleato dei carnefici. È quel silenzio assordante di chi, in Occidente, cerca ancora di negoziare con questo regime criminale. Ogni accordo economico, ogni trattativa diplomatica con questi assassini è un insulto al sangue versato nelle strade di Teheran, Mashad, o Isfahan. Chi tace è complice. Chi negozia è complice. Non si può negoziare con chi prende la mira sul futuro.
Dalle strade di Roma alle metropoli di tutto il pianeta, l’urlo del popolo iraniano è diventato un incendio che nessuno può più spegnere. Il mondo ha smesso di essere spettatore. Ogni piazza, ogni grido, ogni bandiera che sventola è un territorio sottratto al silenzio complice e restituito alla libertà.
Manifestazioni di protesta fioriscono ovunque, portando in piazza i colori della bandiera con il Leone e il Sole, simbolo di un Iran che non si arrende. Sabato 31 gennaio sarà il giorno della verità. Ci saranno manifestazioni in molte città, ma la più grande sarà a Roma con un corteo che partirà da Piazzale Ugo La Malfa alle ore 14.00. Io sarò lì. Parteciperò con tutto il mio dolore e tutta la mia speranza. Sarò lì per gridare “No alla Repubblica Islamica”, per dire che non abbiamo paura, per onorare quei numeri scritti sui sacchi neri e trasformarli di nuovo in nomi, in storie, in persone. L’Iran merita di respirare. Sabato saremo la voce di chi non può più urlare.