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L’Istat dice che rispetto al 2021 i salari reali sono più bassi dell’8%. E i contratti collettivi della PA sono tutti scaduti a fine 2024

Gli stipendi salgono in valore assoluto, ma è ancora notevole la distanza dal periodo precedente la fiammata inflazionistica iniziata nel 2022. I lavoratori in attesa di rinnovo sono 5,5 milioni, gruppo composto per oltre metà da dipendenti pubblici
L’Istat dice che rispetto al 2021 i salari reali sono più bassi dell’8%. E i contratti collettivi della PA sono tutti scaduti a fine 2024
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In confronto a gennaio 2021, i salari reali degli italiani sono più bassi dell’8,1%. Ecco l’ultimo aggiornamento dell’Istat, che fotografa la situazione di dicembre 2025. Le retribuzioni stanno lentamente recuperando un po’ di potere d’acquisto, ma è ancora notevole la distanza dal periodo precedente la fiammata inflazionistica iniziata nel 2022. Anche se gli stipendi salgono in valore assoluto, quindi, resta alta la perdita causata dal carovita che negli anni scorsi ha viaggiato molto più velocemente. Da questo punto di vista, lo Stato è tra i peggiori datori di lavoro possibili: i contratti collettivi della pubblica amministrazione, infatti, sono tutti scaduti a fine 2024 e quelli relativi al triennio 2022/24 sono stati rinnovati in ritardo nel corso del 2025. Nel settore privato, invece, il 73,8% dei contratti risulta rinnovato, quindi ancora in vigore.

Rispetto a settembre 2025, quando rispetto al 2021 eravamo sotto dell’8,8%, la situazione è leggermente migliorata. I lavoratori con il contratto scaduto e in attesa di rinnovo sono oggi 5,5 milioni, il 42,2% del totale, gruppo composto per oltre metà da dipendenti pubblici (circa 3 milioni). Il tempo medio di attesa del rinnovo è di 18,9 mesi. La crescita media delle retribuzioni nel 2025 è stata pari al 3,1%. Frutto di una crescita del 3,2% nel settore privato e del 2,7% nel pubblico. Ecco perché il recupero del potere d’acquisto è stato reso possibile soprattutto grazie all’inflazione contenuta, che si è fermata all’1,7%, e non a un particolare dinamismo dei rinnovi contrattuali.

Negli ultimi mesi del 2025, va ricordato, sono stati rinnovati i contratti dei metalmeccanici e quello delle telecomunicazioni. In queste settimane, il governo ha iniziato la trattativa per il rinnovo del contratto delle funzioni centrali, cioè dei ministeri e delle agenzie, che fanno sempre da apripista. I contratti nel triennio 2022/24, oltre a essere firmati in ritardo, hanno permesso aumenti inferiori al 6% a fronte di un’inflazione superiore al 17%. Per quanto riguarda invece il triennio 2025/27 gli aumenti si prospettano un po’ più generosi della bassa inflazione prevista, ma comunque insufficienti a colmare la perdita subita nel triennio precedente.

Quando parliamo di retribuzioni contrattuali stimate dall’Istat, ci riferiamo ai salari lordi. Quindi quell’8,1% misura la distanza tra le retribuzioni lorde previste dai contratti. In questi anni, gli interventi fiscali hanno reso meno ampia la forbice sui salari netti. Per esempio, alcune settimane fa l’Inps ha stimato questi effetti sulle buste paga nette: tra il 2019 e il 2024 – ha scritto l’istituto di previdenza – la retribuzione del decimo percentile di distribuzione del reddito, pari a 21.571 euro lordi, ha avuto una crescita del 7,1% come lordo, che corrisponde a una crescita del 14,5% sul netto. Resta comunque sotto l’inflazione, ma un po’ meno distante.

In ogni caso, il dato sulla distanza tra le retribuzioni lorde prima e dopo l’inflazione resta importante per misurare una serie di questioni. Innanzitutto, mostra la capacità del sistema economico di rinnovare tempestivamente e a buone condizioni i contratti collettivi, quindi tutelare il potere d’acquisto senza il necessario intervento dello Stato. Questo è anche una misura della produttività delle imprese, quindi di quanta capacità hanno di distribuire ricchezza ai loro dipendenti. Ancora, dalle retribuzioni lorde dipendono anche le tutele di lungo periodo dei lavoratori, come la pensione e il trattamento di fine rapporto. Quindi è importante che crescano soprattutto le voci lorde della busta paga.

Oggi l’Inps ha diffuso anche i dati sulla cassa integrazione. A dicembre 2025 le ore autorizzate sono diminuite del 13% rispetto a dicembre 2024. Considerando l’ultimo trimestre dell’anno appena passato, le ore autorizzate sono state 130,7 milioni, in diminuzione del 10% rispetto agli ultimi tre mesi del 2024. Come al solito, nei dettagli continua però a emergere la crisi dell’industria: la cassa integrazione straordinaria – quella per crisi gravi – ha raggiunto 60,7 milioni di ore autorizzate nel trimestre, in aumento rispetto alle 41,1 milioni di ore dello stesso periodo del 2024. “A incidere sull’incremento tendenziale della Cig straordinaria del quarto trimestre 2025, rispetto al quarto trimestre 2024, sono state le note difficoltà del settore metalmeccanico e l’incremento di ore autorizzate per solidarietà del settore delle telecomunicazioni, in particolare nel mese di ottobre 2025”, spiega l’Inps.

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