Referendum, il Tar respinge il ricorso dei promotori della raccolta firme: confermato il voto il 22 e 23 marzo
Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso dei 15 giuristi promotori della raccolta firme per il referendum sulla riforma Nordio, con cui si chiedeva di sospendere e annullare la delibera del Consiglio dei ministri che il 12 gennaio scorso ha fissato la data del voto al 22 e 23 marzo. All’indomani dell’udienza, nello stesso giorno in cui le 550mila sottoscrizioni sono state depositate in Cassazione, i giudici amministrativi hanno emesso il verdetto, bollando come “infondati” i motivi di ricorso dei promotori. La decisione è stata emessa sotto forma di sentenza (in forma semplificata) e non di ordinanza: la questione sollevata, quindi, è stata affrontata anche nel merito e non solo per quanto riguarda la richiesta di sospensione cautelare del provvedimento.
I 15 giuristi contestavano la scelta del governo di convocare le urne mentre la raccolta firme era ancora in corso, violando la prassi che prevede di attendere tre mesi dalla pubblicazione della legge: il termine, cioè, entro il quale cinquecentomila elettori, cinque Consigli regionali o un quinto dei membri di ciascuna Camera possono chiedere la consultazione. L’esecutivo ha invece agito sulla base della richiesta presentata dai parlamentari, ammessa dalla Cassazione già il 18 novembre, appellandosi all’articolo 15 della legge 352 del 1970 sui referendum, secondo cui la data del voto va fissata “entro sessanta giorni dall’ordinanza che lo abbia ammesso“. In base a questa tesi, dunque, i sessanta giorni si calcolano a partire dalla prima ordinanza di ammissione – a prescindere dalle iniziative di altri soggetti – e l’ultima data utile per provvedere sarebbe stata il 17 gennaio. Un’interpretzione che secondo i promotori, riassume la sentenza, ha “l’effetto di negare pari dignità a tutte le iniziative, attribuendo primazia esclusivamente alla richiesta presentata per prima”.
I giudici però hanno validato in questo senso la condotta del governo. “La questione era oggettivamente complessa e il Tar ha sposato una linea interpretativa diversa da quella che avevamo prospettato”, commenta l’avvocato dei 15 giuristi, Pietro Adami. “Nei prossimi giorni esamineremo con attenzione i passaggi logici che supportano il rigetto. Però, da subito, possiamo evidenziare che la sentenza non è del tutto negativa, perché, in primo luogo, afferma che l’atto di indizione del referendum non è un atto politico, ma amministrativo e, quindi, è soggetto alla giurisdizione del giudice amministrativo. In secondo luogo, perché chiarisce che il procedimento avviato dal comitato va avanti, anche se il referendum è già stato indetto. Questo non è un aspetto di poco conto perché vuol dire che la Cassazione dovrà prendere in considerazione anche il testo del quesito oggetto della raccolta di firme e che il comitato avrà diritto al rimborso necessario per finanziare la campagna referendaria”.
Esulta il centrodestra: “Abbiamo sempre detto che il ricorso al Tar sulla data del voto per il referendum era privo di qualsiasi fondamento giuridico e, quindi, infondato. Eravamo certi che sarebbe stato respinto, e così è stato”, dichiara il senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin. Giovanni Bachelet, presidente del Comitato della società civile per il No, dice di rispettare la decisione: “Non ci appartiene lo stile sguaiato di chi grida “giustizia è fatta” quando le sentenze sono favorevoli, mentre aggredisce e minaccia la magistratura quando sono sgradite. Resta il fatto che la scelta del governo di non concordare con le opposizioni la data del referendum e di ignorare l’oltre mezzo milione di firme raccolte in meno di un mese, con l’evidente obiettivo di strozzare il dibattito e sfavorire la partecipazione al voto, dimostra un disprezzo per il Parlamento e per gli elettori che non ha precedenti nella storia delle riforme costituzionali”, accusa.