Trump e gli attacchi contro i somali e Ilhan Omar: perché sono diventati bersaglio della Casa Bianca
“Viene da un Paese che è un disastro, non è nemmeno un Paese, francamente”. Poche ore prima dell’attacco alla deputata somalo-americana del Minnesota Ilhan Omar, figura di spicco della sinistra americana di origine somala, Donald Trump l’ha insultata, di nuovo, nel corso di un comizio in Iowa. E ha dichiarato che sarà stata lei stessa a ordire la finta aggressione, dopo la diffusione del video con un uomo che le spruzza un liquido da una siringa. Le offese del presidente a lei e alla sua comunità di origine – definita “spazzatura” – non sono una novità. Il presidente Usa ha insinuato che Omar sia coinvolta nello scandalo dei sussidi pubblici esploso nello Stato delle Twin Cities – dove vive il maggior numero di somali di tutto il Paese, circa 80mila – nel 2023 e ha sollevato dubbi rispetto al patrimonio suo e del marito passato da circa 50mila dollari a una cifra milionaria in poco tempo. Ma nei confronti della deputata non è mai stata formalizzata nessuna accusa. Nei giorni scorsi, Trump ha poi approfittato anche del palco di Davos per rincarare la dose contro la comunità somala. “La situazione in Minnesota – aveva detto nei giorni scorsi quando 3mila agenti dell’Ice stavano procedendo ad arresti di massa – ci ricorda che l’Occidente non può importare in massa culture straniere, che non sono riuscite a costruire una società di successo da loro”. “Noi abbiamo i somali – aveva aggiunto facendo un riferimento specifico – che vengono dalla Somalia che non è neanche una nazione, non c’è nulla”. E ha poi insultato gli immigrati somali come “persone dal basso quoziente intellettivo” e “pirati”. “Potete crederci? la Somalia, alla fine viene fuori che hanno un quoziente intellettivo più alto di quello che credevo, io ho sempre pensato che questi lo avessero basso. Come hanno fatto ad andare in Minnesota e rubare tutti quei soldi?”, ha detto riferendosi all’inchiesta sulle frodi.
Ed è proprio questo il punto sul quale la Casa Bianca insiste. Continua infatti a cavalcare il caso dei sussidi pubblici che ha coinvolto anche questa comunità per inasprire la sua politica migratoria. Il presidente Usa parla da mesi di una truffa ai fondi pubblici per 9 miliardi di dollari su un totale di 18, stessa cifra ipotizzata dagli investigatori federali ma contestata dal governatore dello Stato, Tim Walz, e che per ora non è ancora stata provata in tribunale. Ma a che punto è la battaglia legale? Finora i procuratori federali hanno documentato truffe per 300 milioni di dollari, principalmente nell’ambito del programma alimentare “Feeding Our Future“, in cui sono stati creati elenchi fittizi di nomi per fatturare pasti mai serviti ai bambini durante la pandemia. Una truffa che ha sottratto cifre enormi ai fondi Covid, dirottati illecitamente sull’acquisto di auto di lusso e immobili negli Usa e all’estero (specialmente in Turchia e Kenya). Secondo i dati pubblicati dal governo, in 98 sono stati incriminati – di cui 85 somali – e più di 60 sono stati condannati o si sono dichiarati colpevoli. Sull’ondata dello scandalo giudiziario, il 13 gennaio il governo ha annunciato la soppressione del programma Tps, che permetteva a circa 4mila somali di avere uno status legale temporaneo per vivere e lavorare negli Stati Uniti.
Ma nel mirino, oltre a Feeding our Future, ci sono anche Medicaid e servizi sociali, con indagini che riguardano frodi sugli stanziamenti per la terapia dell’autismo, la stabilizzazione abitativa e l’assistenza domiciliare. Pur senza prove, l’amministrazione Trump sostiene che i fondi siano finiti anche nelle mani dei terroristi di Al-Shabaab, filone sul quale è stata aperta un’indagine federale a fine 2025. L’amministrazione ha poi bloccato 185 milioni di dollari di pagamenti per i servizi all’infanzia, dopo il video pubblicato il 26 dicembre dallo youtuber conservatore Nick Shirley, secondo cui diversi centri per l’infanzia e l’educazione gestiti da immigrati somali ricevevano fondi pubblici senza fornire effettivamente i servizi. Di fatto dal 2019, i servizi per l’infanzia in Minnesota sono sotto osservazione per presunte frodi, poi certificate. Per questo lo Stato ha intensificato i controlli. Nelle strutture segnalate dallo youtuber, “sono state verificate numerose violazioni delle licenze statali in materia di pulizia, supervisione del personale e tenuta di registri relativi a vaccinazioni e allergie – scrive in un pezzo di fact checking Louisiana Illuminator -, ma non di frodi”. Oltre alla questione migranti, che rimane il target principale, il Minnesota resta un bersaglio per Trump anche per motivi strettamente politici. Nelle ultime tre elezioni il presidente Usa ha ripetutamente dichiarato di avere vinto nello Stato, nonostante i risultati ufficiali dicessero il contrario, e ha parlato di sistema elettorale “corrotto”.
I dati sulla sicurezza – Oltre agli scandali dei fondi pubblici che entrano nelle aule di tribunale e ai sussidi tagliati, intorno ai dati sulla sicurezza il dibattito resta acceso e polarizzato. Alcune analisi, come quelle citate dal City Journal nel gennaio 2026, sostengono che, normalizzando i dati per età e sesso, i tassi di incarcerazione tra gli immigrati somali siano da due a quattro volte superiori rispetto ai bianchi. I leader della comunità e le organizzazioni per i diritti civili denunciano che queste statistiche sono distorte da un over-policing (eccesso di controllo di polizia) sistemico. La comunità vive oggi nel terrore: molti cittadini americani di origine somala hanno iniziato a girare con il passaporto in tasca per paura di essere fermati e deportati illegalmente durante i raid a tappeto. Molti non escono neanche più per fare la spesa, con alcune chiese locali che si occupano di consegnare viveri ai residenti.
Le promesse in campagna elettorale – Donald Trump ha fatto dell’immigrazione uno dei pilastri centrali della sua agenda politica. Un tema che in passato non era tra le principali preoccupazioni degli elettori, ma che prima del voto di novembre 2024 era schizzato invece ai primi posti. Tra le promesse c’erano misure molto restrittive sui confini e sull’immigrazione interna: ad esempio, l’annuncio di condurre quella che ha descritto come “la più grande operazione di deportazione nella storia americana”, la chiusura delle frontiere ”non autorizzate”, l’arresto e l’espulsione di chi attraversa illegalmente i confini, e l’uso di strumenti legali come l’expedited removal per allontanare senza udienze giudiziarie molti migranti irregolari. Per sostenere queste politiche ha poi emesso un ordine esecutivo che mira a negare fondi federali alle sanctuary cities e ad aumentare le sanzioni per chi non si registra come immigrato irregolare.
Il Minnesota non è un’anomalia, è un test. Nei piani dell’amministrazione, l’operazione Metro Surge è una prova generale per esportare questo modello in altre sanctuary cities come Chicago o New York. È stato scelto perché offriva la “tempesta perfetta”: una frode massiccia legata alle autorità locali, una leadership democratica in crisi (Tim Walz ha annunciato che non si ricandiderà governatore), una minoranza visibile da usare come bersaglio. Il Washington Post ha raccontato il lancio di un’operazione in Maine, con arresti e tensione in città come Portland e Lewiston, che hanno popolazioni somale e richiedenti asilo, esplicitamente nel solco della stretta vista prima a Minneapolis. Il Minnesota rappresenta poi l’antagonista politico ideale. Lo scontro istituzionale è totale perché i vertici locali sono democratici che hanno messo i diritti civili prima delle norme sulla sicurezza o sull’immigrazione. Nelle scorse settimane, il Dipartimento di Giustizia ha compiuto il passo senza precedenti di inviare mandati di comparizione (subpoena) al governatore Walz (già candidato vicepresidente con Kamala Harris) e al sindaco di Minneapolis Jacob Frey, accusandoli di “ostruzione all’applicazione delle leggi federali” per il loro rifiuto di far collaborare la polizia locale con le squadre di deportazione. Walz ha definito gli agenti federali inviati da Trump come “una forza di occupazione violenta e non addestrata”, chiedendone l’immediato ritiro dopo le sparatorie. Non è più solo una questione di polizia; è diventata una questione di sicurezza nazionale agli occhi di Washington, cosa che permette all’Ice e all’Fbi di aggirare le giurisdizioni locali con un mandato senza precedenti.