L’appello per diritti e umanità in carcere dopo l’ultimo suicidio: c’è un’enorme questione democratica
L’ultima cattivissima notizia che arriva dalle carceri italiane è l’ennesimo suicidio: un detenuto di 72 anni si è tolto la vita nella casa di reclusione di Padova. In Italia esiste un’enorme questione carceraria che è a sua volta un’enorme questione democratica. Chiusure ingiustificate, militarizzazione, sovraffollamento intollerabile, linguaggio istituzionale truce, minori considerati al pari di mafiosi e terroristi, comunità penitenziarie considerate solo come questione di ordine e sicurezza. Non era questa la storia penitenziaria democratica ereditata dal pensiero costituente, dai grandi Calamandrei, Spinelli, Pertini, Foa.
“Chiediamo diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”. È questo l’appello che un gran numero di associazioni (A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-CNVG, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-CNCA, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, MOVI, Movimento No-Prison, Nessuno Tocchi Caino, Ristretti Orizzonti) ha rivolto al Parlamento, al Governo, all’amministrazione penitenziaria per gli adulti e per i minori, a tutti gli operatori sociali e giuridici, alle organizzazioni sindacali ma anche ai media. Non si può girare la testa dall’altra parte di fronte a un sistema che dovrebbe essere esempio di legalità e invece è abuso, degradazione, disumanità. Chiediamo al Ministero della Giustizia di alzare lo sguardo, di non minimizzare il numero delle tragedie, di non raccontarci la favola dell’edilizia penitenziaria. In carcere ci può finire chiunque, di destra, di centro o di sinistra.
Le uniche novità proposte di recente sono: l’uso dello spray al peperoncino, delle body cam e l’introduzione del delitto di rivolta carceraria. Nessuno afferma che prima del 2022, anno dell’insediamento del governo Meloni, la situazione penitenziaria fosse conforme al diritto scritto o a principi di ragionevolezza e umanità. L’Italia nel 2013 subì l’onta di una condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo proprio per il trattamento disumano nelle carceri del Paese. Allora, però, le istituzioni si assunsero la responsabilità di intervenire in qualche modo. Se è vero che non ci fu la grande riforma per mancanza di coraggio politico, quanto meno la retorica istituzionale era genericamente accettabile. Oggi essa insegue una pratica disumana, o piuttosto la istiga.
La questione carceraria è sempre l’esito delle scelte compiute in ambito penale dalle istituzioni. Il sovraffollamento non è una calamità naturale: è il prodotto di politiche repressive, del tutto non incidenti sulla sicurezza collettiva. Politiche che servono a blandire un’opinione pubblica disinformata, scarsamente aiutata dai media a non semplificare. Su tutto questo, sulla necessità urgente di un provvedimento di clemenza, che è anche un provvedimento di legalità e giustizia, le associazioni organizzano un’assemblea aperta a tutti i mondi possibili. Si terrà a Roma il prossimo 6 febbraio 2026 presso l’Università Roma Tre, Polo didattico di Scienze della formazione, Aula 9, a partire dalle 10.30. La partecipazione è aperta.
Il Giubileo dei detenuti, fortemente voluto da papa Francesco con l’apertura emozionante della Porta Santa a Rebibbia il 26 dicembre 2024, si è chiuso senza che le voci della Chiesa, compresa quella di papa Leone, fossero minimamente ascoltate. D’altronde negli Usa i sacerdoti che si oppongono agli arresti arbitrari dell’Ice vengono fermati e arrestati. Ma il destino tragico si può e si deve cambiare. Non possiamo restare inermi, inerti e a testa bassa. Facciamo sentire la voce del diritto e della Costituzione negata nelle prigioni italiane.