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Decreto Riarmo, il gioco di prestigio del governo: “aiuti militari” nel testo, non nel titolo. Le opposizioni: “Buffonata”

In commissione approvati sette decreti ministeriali sulle armi, per un impegno di spesa di un miliardo. Il Pd vota sì al Senato, ma si astiene alla Camera. I 5 stelle: "Atteggiamento pilatesco"
Decreto Riarmo, il gioco di prestigio del governo: “aiuti militari” nel testo, non nel titolo. Le opposizioni: “Buffonata”
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Domani la Commissione Esteri della Camera darà il via al decreto Riarmo, che poi arriverà in Aula la settimana successiva. Nel titolo non si parlerà di aiuti “militari” all’Ucraina, ma nel testo sì. La parola, infatti, è stata espunta mercoledì dopo il voto di un emendamento presentato dalla maggioranza e passato tra le proteste delle opposizioni. Con i dem Lia Quartapelle e Enzo Amendola in prima linea nel sostenere che tale modifica fosse inammissibile, visto che trasforma radicalmente il contenuto del decreto legge.

Le opposizioni: “Una buffonata”

Se il Pd durante la seduta (lo scorso mercoledì) ha voluto criticare l’emendamento a prima firma del leghista Zoffili perché presupporrebbe un disimpegno dell’Italia nei confronti di Kiev (vedi l’intervento di Piero Fassino nella stessa riunione), Avs e i Cinque Stelle lo hanno letto semplicemente come una “buffonata” da parte del governo, un gioco di prestigio, per tenere dentro sia chi è per il sostegno all’Ucraina senza se e senza ma e chi non è d’accordo (leggi la Lega). Gli equilibrismi di Giorgia Meloni in politica estera di questa settimana hanno avuto un risvolto anche a livello parlamentare. Con il Pd a puntellare, anche di fronte a qualche vuoto nel centrodestra.

Via libera a sette decreti per un miliardo

Oggi c’è stato l’ennesimo passaggio sul riarmo nelle Commissioni Difesa di Camera e Senato: sono stati votati sette decreti. Si va dagli obici ruotati della tedesca Krauss-Maffei Wegmann – sia nuovi che da ammodernare – ai razzi Mlrs a lunga gittata dell’americana Lockheed Martin, dai droni-bomba dell’israeliana Uvision ai lanciarazzi della svedese Saab, dai mortai della francese Thomson-Brandt alle batterie contraeree del consorzio a maggioranza anglo-francese Mbda, più un centinaio di droni da sorveglianza di Leonardo. L’impegno di spesa pluriennale da approvare è di oltre un miliardo di euro. Il Pd in Senato ha detto sì, alla Camera si è astenuto (tranne sul decreto sui droni di ricognizione sul quale ha detto sì, lo stesso sul quale i Cinque Stelle si sono astenuti, invece di votare no come sugli altri sei).

I 5 stelle: “Pd pilatesco”

A motivare l’astensione è stato Stefano Graziano: “Chiediamo al governo che venga messa sul tavolo una discussione seria tra spese per il personale, spese per l’esercizio e spese per gli investimenti. Non è accettabile che il governo propenda e si preoccupi solo degli investimenti senza pensare al personale delle forze armate e relativi esercizi. Il rapporto dovrebbe essere 50% investimenti, 25% personale e 25% esercizio. Oggi siamo completamente sbilanciati, 50-10-40”. Un atteggiamento “pilatesco” quello del Pd secondo i Cinque Stelle.

D’altra parte, martedì scorso in Commissione Difesa sui sei decreti ministeriali relativi a programmi di armamento per un impegno pluriennale di spesa prossimo ai 4 miliardi di euro, il Pd aveva espresso parere favorevole. Lo stesso Graziano intervenendo in Commissione aveva sottolineato come i programmi in questione abbiano carattere difensivo e di ammodernamento tecnologico. E dunque, come il gruppo del Pd abbia “una postura favorevole” rispetto alle necessità, cui si dà risposta mediante i programmi in esame, di “implementare le capacità antidroni, il pilotaggio da remoto e i sistemi di guerra elettronica”, poiché “rispondono a esigenze di protezione del Paese”. Questo pur evidenziando la necessità di un equilibrio della spesa per la Difesa. Da sottolineare che lo stesso Graziano aveva denunciato l’assenza del governo mercoledì scorso in Commissione Difesa, quando erano stati presentati i decreti su cui si è votato oggi. Un tentativo di far emergere le difficoltà del governo di mettere la faccia sul riarmo.

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